giovedì 27 novembre 2008

Il sequestro dell'amigdala


Il sequestro dell'amigdala

Noi tutti abbiamo avuto a che fare con l’amara esperienza della perdita del controllo emozionale... Cercate di ricordarvene qualcuna e in modo particolare soffermatevi a quello che maggiormente è rimasta impressa nella vostra mente per la sua carica emotiva.

Nei nostri cuori soggiacciono ferite emozionali attive, che al minimo sussulto sismico (esperienze che la vita comporta) emergono con una forte carica emotiva paragonabile alla potenza di un vulcano in eruzione, provocando, il più delle volte, danni irreparabili a noi stessi e alle persone che più amiamo. Gli aspetti di un io bisbetico, irrequieto, insaziabile, volubile, capriccioso, offeso, timido, pauroso, frustrato, ribelle, testardo, sottomesso, aggressivo egocentrico, passionale, paragonabili al magma, al gas, ai vapori, allo zolfo e ai prodotti piroclastici di un vulcano, costituiscono uno stato latente o palese di situazioni molto pericolose endogene ed esogene della persona.

Perché? Come mai? Che cosa succede nella nostra mente? Dove avviene questo processo di reazione emozionale fuori dalla norma e che erroneamente cerchiamo di giustificare con accuse?

L’amigdala è un centro del sistema limbico del cervello. Il termine deriva dalla parola greca che significa mandorla. É un gruppo di strutture interconnesse, a forma appunto di mandorla, posto sopra il tronco cerebrale, vicino alla parte inferiore del sistema limbico.

Il sistema limbico è il punto centrale del sistema regolare endocrino, vegetativo e psichico; elabora stimoli provenienti dall’interno del corpo e dall’esterno. Descrive le strutture cerebrali che si trovano al confine tra l’ipotalamo e le strutture connesse, da un lato, la corteccia cerebrale dall’altro.

L’amigdala, ne abbiamo due, è specializzata nelle questioni emozionali. Se viene resecata dal resto del cervello, il risultato è una evidentissima incapacità di valutare il significato emozionale degli eventi, conseguentemente si diventa cechi affettivamente (cecità affettiva).

L’amigdala funzione come un archivio della memoria emozionale ed è quindi depositaria del significato stesso degli eventi; la vita senza l’amigdala è un’esistenza spogliata di significato personale.

All’amigdala è legato qualcosa di più dell’affetto: tutte le passioni dipendono da essa. Le lacrime, un segnale emozionale esclusivo degli esseri umani, sono stimolate da essa. Asportando o resecandola negli animali, questi perdono ogni impulso a cooperare o a competere e non provano più rabbia o paura.
1. L’amigdala è un grilletto molto sensibile.

I segnali di entrata provenienti dagli organi di senso consentono all’amigdala di analizzare ogni esperienza andando, per così dire, a ‘caccia di guai’. É una sentinella psicologica che scandaglia ogni situazione e ogni percezione, sempre guidata da un unico interrogativo, il più primitivo: E’ qualcosa che odio? Qualcosa che mi ferisce? Qualcosa che temo? Se la risposta è affermativa - se in qualche modo la situazione profila un «Si» - l’amigdala scatta immediatamente, come un sorta di grilletto neurale e reagisce telegrafando un messaggio di crisi a tutte le parti del cervello.

Nell’architettura cerebrale, l’amigdala è come una di quelle centraline programmate per inviare chiamate di emergenze ai vigili del fuoco, alla polizia... ogni qualvolta il sistema di allarme istallato all’interno di un’abitazione o di una banca segnali un problema.

Quando scatta l’allarme della paura, ad esempio, l’amigdala invia messaggi di emergenza e tutte le parti principali del cervello; stimola la secrezione degli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga, mobilita i centri del movimento e attiva il sistema cardiovascolare, i muscoli e l’intestino. Altri segnali vengono dati per secernere piccole quantità di adrenalina, oppure al tronco cerebrale, facendo assumere al volto un’espressione spaventata, ecc. Simultaneamente, i sistemi mnemonici corticali vengono riorganizzati con precedenza assoluta per richiamare ogni informazione utile nella situazione di emergenza contingente.

Nell’architettura del cervello l’amigdala ha una posizione privilegiata in qualità di sentinella delle emozioni capace all’occorrenza di sequestrare il cervello.

Gli input sensoriali provenienti dall’occhio o dall’orecchio viaggiano dapprima diretti al talamo e poi servendosi di un circuito monosinaptico all’amigdala (esiste un fascio molto sottile di fibre nervose che vanno direttamente all’amigdala); un secondo segnale viene poi inviato dal talamo alla neocorteccia - il cervello pesante o pensante. Questa ramificazione permette all’amigdala di cominciare a rispondere prima della neocorteccia.

Quest’ultima, infatti, elabora le informazioni attraverso vari livelli di circuiti cerebrali prima di poterle percepire in modo davvero completo e di formulare infine una risposta, che risulta quindi molto più raffinata rispetto a quella dell’amigdala.
2. L’amigdala è specialista della memoria emozionale.

Le nostre emozioni hanno una mente che si occupa di loro e che può avere opinioni del tutto indipendenti da quelle della mente razionale.

L’ippocampo (parte del lobo temporale) - per lungo tempo considerato la struttura chiave del sistema limbico - è coinvolto nella registrazione e nella comprensione degli schemi percettivi più che non nelle reazioni emotive - come in un computer.

La principale funzione dell’ippocampo sta nel fornire un ricordo particolareggiato del contesto, vitale per il significato emozionale; è l’ippocampo che riconosce il diverso significato, tanto per fare un esempio, di un orso visto allo zoo o nel cortile di casa.

Mentre l’ippocampo ricorda i fatti nudi e crudi, l’amigdala ne trattiene, per cosi dire, il sapore emozionale. Ad esempio: nel caso in cui avessimo fatto un sorpasso rischioso tale da creare un certa paura, l’amigdala, da quel momento in poi, ogni qualvolta che, in qualche modo, ci si ritrova in circostanze simili, ci fa sentire ansiosi. L’ippocampo è fondamentale per riconoscere in un volto quello di tua cugina. Ma è l’amigdala ad aggiungere che ti è proprio antipatica.
3. Meccanismi di allarme neurale e associazioni

In quanto archivio della memoria emozionale, l’amigdala analizza l’esperienza corrente, confrontando ciò che sta accadendo nel presente con quanto già accaduto nel passato. Il suo metodo di confronto è associativo: quando la situazione presente e quella passata hanno un elemento chiave simile, l’amigdala lo identifica come una associazione.

Ecco perché questo circuito è, per cosi dire, sciatto: agisce prima di avere una piena conferma. Ci comanda precipitosamente di reagire ad una situazione presente secondo modalità fissate molto tempo fa, con pensieri, emozioni e reazioni apprese fissate in risposta ad eventi forse solo vagamente analoghi - e tuttavia abbastanza simili da metterla in allarme.

Perché essa dichiari lo stato di emergenza basta solo che pochissimi elementi della situazione presente ricordino quelli di una passata circostanza pericolosa. Il guaio che oltre ai ricordi, carichi di valenze emozionali, che hanno il potere di scatenare questa risposta di crisi, possono anche essere superate le modalità di reazione. In tali momenti, l’imprecisione del cervello è aumentata anche dal fatto che molti vividi ricordi emozionali risalgono ai primi anni di vita e riguardano il rapporto fra il bambino e chi si prendeva cura di lui. Questo è vero soprattutto per gli eventi traumatici, ad esempio se un piccolo veniva percosso o apertamente trascurato.

L’amigdala può reagire con delirio di collera o di paura prima che la corteccia sappia che cosa sta accadendo, e questo perché l’emozione grezza viene scatenata in modo indipendente dal pensiero razionale, e prima di esso.
4. Il centro che controlla le nostre emozioni

Mentre l’amigdala lavora per scatenare una reazione ansiosa e impulsiva, altre aree del cervello emozionale si adoperano per produrre una risposta correttiva, più consona alla situazione. L’interruttore cerebrale che smorza gli impulsi sembra trovarsi all’estremo di un importante circuito diretto alla neocorteccia - precisamente ai lobi prefrontali o frontali.

Quest’area cerebrale neocorticale consente di dare ai nostri impulsi emotivi una risposta più analitica o appropriata, modulando l’amigdala e le altre aree limbiche. Quando si scatena un’emozione, nel giro di qualche istante i lobi prefrontali eseguono la reazione che ritengono migliore fra una miriade di possibilità, in base al criterio del rapporto rischio/beneficio… ad esempio: quando attaccare, quando darsi alla fuga e anche quando calmarsi, persuadere, cercare comprensione, tergiversare, provocare sensi di colpa, piagnucolare, indossare una maschera di spavalderia, essere sprezzanti, ecc.

La neocorteccia è al lavoro tutte le volte che registriamo una perdita e ci rattristiamo, o ci sentiamo felici dopo un trionfo, o ci maceriamo rimuginando su qualcosa che qualcuno ha detto o ha fatto facendoci sentire feriti o in collera.

Tratto dal libro del Dr. D. Goleman

Luciana

martedì 18 novembre 2008

Scuola di Palo Alto

IL LINGUAGGIO DEL CAMBIAMENTO
SCUOLA DI PALO ALTO (CALIFORNIA): PAUL WATZLAWICK (1921-2007).


Un omaggio di Umberto Galimberti - a cura di pfls
domenica 8 aprile 2007.

[...] Le tesi centrali che sono alla base del pensiero di Watzlawick sono: in primo luogo che la nevrosi, la psicosi e in generale le forme psicopatologiche non originano nell’individuo isolato, ma nel tipo di interazione patologica che si instaura tra individui, in secondo luogo che è possibile, studiando la comunicazione, individuarne le patologie e dimostrare che è la comunicazione a produrre le interazioni patologiche [...]


Watzlawick, se le idee si ammalano
di Umberto Galimberti (la Repubblica, 04.04.2007)


Paul Watzlawick, morto ieri nella sua casa di Palo Alto in California all’età di 85 anni, è lo psicologo che meglio di tutti è riuscito a coniugare i problemi della psiche con quelli del pensiero e quindi a sollevare le tematiche psicologiche al livello che a loro compete, perché ad “ammalarsi” non è solo la nostra anima, ma anche le nostre idee che, quando sono sbagliate, intralciano e complicano la nostra vita rendendola infelice. E proprio Istruzioni per rendersi infelici, che Feltrinelli pubblicò nel 1984 facendo undici edizioni in due anni, è stato il libro che ha reso noto Watzlawick in Italia al grande pubblico.


Nato a Villach, in Austria, nel 1921, Watzlawick nel 1949 ha conseguito all’Università di Venezia la laurea in lingue moderne e filosofia. L’anno successivo prese a frequentare l’Istituto di Psicologia analitica di Zurigo dove nel 1954 conseguì il diploma di analista. Dal 1957 al 1960 ottenne la cattedra di psicoterapia presso l’Università di El Salvador e dal 1960 si trasferì al Mental Research Institute di Palo Alto dove lavorò con Don D. Jackson, Janet Helmick Beavin e Gregory Bateson, diventando il massimo studioso della pragmatica della comunicazione umana, delle teorie del cambiamento, del costruttivismo radicale e della teoria breve fondata sulla modificazione delle idee con cui ci costruiamo la nostra “immagine” del mondo, spesso dissonante con la “realtà” del mondo.


Le tesi centrali che sono alla base del pensiero di Watzlawick sono: in primo luogo che la nevrosi, la psicosi e in generale le forme psicopatologiche non originano nell’individuo isolato, ma nel tipo di interazione patologica che si instaura tra individui, in secondo luogo che è possibile, studiando la comunicazione, individuarne le patologie e dimostrare che è la comunicazione a produrre le interazioni patologiche.


A un individuo può capitare infatti di trovarsi sottoposto a due ordini contraddittori, convogliati attraverso lo stesso messaggio che Watzlawick chiama “paradossale”. Se la persona non riesce a svincolarsi da questo doppio messaggio la sua risposta sarà un comportamento interattivo patologico, le cui manifestazioni siamo soliti chiamare “follia”. Questa analisi, ben descritta in Pragmatica della comunicazione umana non si limita a un’interpretazione dei meccanismi interattivi, ma scopre procedimenti pragmatici o comportamentali che consentono di intervenire nelle interazioni e di modificarle. “Paradossalmente” è proprio con l’iterazione di doppi messaggi o di messaggi paradossali, nonché con la “prescrizione del sintomo” e altri procedimenti di questo tipo che il terapeuta riesce a sbloccare situazioni nevrotiche o psicotiche apparentemente inespugnabili.


Partendo da queste premesse Watzlawick intende la terapia non come “guarigione”, ma come “cambiamento” a cui ha dedicato Il linguaggio del cambiamento, Il codino del Barone di Münchhausen e, con Giorgio Nardone L’arte del cambiamento. Secondo Watzlawick sono distinguibili due realtà, una delle quali è supposta oggettiva ed esterna, e un’altra che è il risultato delle nostre opinioni sul mondo. Ogni persona deve sintetizzare queste due realtà ed è questa sintesi che determina convinzioni, pregiudizi, valutazioni e distorsioni dovute al fatto che il mondo della razionalità è controllato dall’emisfero cerebrale sinistro che ci consente di interpretare la realtà oggettiva in termini razionali secondo una logica metodologica. Ma questa è spesso in conflitto con l’attività dell’emisfero destro da cui nascono fantasie, sogni e idee che possono sembrare illogiche e assurde.


Il linguaggio della psicoterapia deve intervenire sull’emisfero destro perché in esso l’immagine del mondo è concepita ed espressa, e, mutandone la grammatica attraverso paradossi, spostamenti di sintomi, giochi verbali, prescrizioni, si determina il cambiamento dell’immagine del mondo che è alla base della sofferenza psichica.


La rivoluzione non è da poco, perché smentisce la persuasione comune secondo cui, a partire dalla nascita la realtà non può che essere “scoperta”. No, dice Watzlawick ne La realtà inventata. Il costruttivismo, che è alla base della sua concezione sostiene che ciò che noi chiamiamo realtà è un’interpretazione personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e l’esperienza. La realtà non verrebbe quindi “scoperta”, ma “inventata”.


Da queste invenzioni nascono “stili di vita” che rendono ciechi non solo gli individui, ma interi sistemi relazionali umani (famiglia, aziende, sistemi sociali e politici) nei confronti di possibilità alternative. Con molti esempi Watzlawick mostra nei suoi libri come attraverso una nuova formulazione di vecchie immagini del mondo possano sorgere nuove “realtà”. E così la psicologia incomincia a respirare. Oggi a raccogliere questo respiro è la consulenza filosofica che spero annoveri presto Watzlawick tra i suoi precursori e, sulla sua traccia, approfondisca quella terapia delle idee che, inosservate dalla psicologia, sono spesso la causa delle sofferenze dell’anima.


domenica 16 novembre 2008

Saint-Exupéry: la ballerina e lo studioso


Lo scrittore racconta l'amore impossibile tra una danzatriceprostituta
e un cliente


Saint-Exupéry: la ballerina e lo studioso
Raccolti in un volume novelle, lettere, frammenti dal 1925 al '43 dell'autore de
«Il piccolo principe»


Antoine de Saint-Exupéry (Epa)
L'amore tra una ballerina prostituta e un cliente intellettuale. La Parigi notturna degli anni Venti, la
noia nascosta dietro le luci soffuse dei café-chantant, uomini alla deriva e donne in cerca di riscatto:
personaggi e ambienti che riaffiorano in questi inediti di Antoine de Saint-Exupéry, scritti tra il
1925 e il 1943. «Manon, ballerina» (di cui pubblichiamo alcuni estratti) è il primo racconto che dà il
titolo a questo volume in libreria da mercoledì prossimo per Bompiani (testi a cura di Alban
Cerisier e Delphine Lacroix, traduzione di Anna D'Elia, pp. 238, e 18) e che contiene anche il
racconto L'aviatore e altri materiali, frammenti, riflessioni, lettere. Tra queste le più interessanti
sono quelle all'ex fidanzata Loulou (Louise de Vilmorin), che, con il racconto «Manon, ballerina»,
fanno scoprire un volto finora sconosciuto dell'autore del Piccolo principe. Qui, infatti, l'aviatore
rivela toni da mélo, un afflato sentimentale che, scrive Cerisier nella prefazione, «risuona ancora di
fremiti adolescenziali». (Cr. T).

Il fumo delle sigarette la soffoca, il passo dei camerieri l'assilla: s'affrettano, da un capo all'altro
dell'anno. E il barman, assorto nella digestione dei suoi pensieri, e i ballerini... Lì ce n'è uno
languido, i gesti molli a forza di stringere solo donne — quando ballano gli s'attaccano all'anima —
e là uno greve, che da buon sensale viene a scegliersi... E lo champagne. Lo champagne è simbolo
di gioia, sì, come i festoni dei compleanni, le bandierine come corna sugli autobus... che
invenzione!

Passa un cameriere in giacca bianca, il tovagliolo a mo' di sciarpa, le sfiorano sempre il tavolo sotto
il naso, appena il tempo di bisbigliarle: «Quello grosso, là in fondo... mi ha chiesto come ti chiami...
banchiere». E lei che fa, si alza? Ogni dieci minuti va in bagno a rifarsi il trucco. Si fanno due
chiacchiere con l'addetta ai bagni. E lì il cuore si scioglie, e allora si dice: «Ne ho piene le tasche...».
Un'oasi di tranquillità: quella riesce a lavorarci a maglia. Si direbbe proprio una quinta di teatro, no?
Ma lì dentro, ci si rilassa davvero? Quelle già sciupate diventano brutte: il collo, i fianchi cedono. A
quel punto si dice: «E sì, vecchia mia...» e ci si lancia nelle danze. E la sala che s'attraversa: si
camuffa tutta la propria debolezza, tutta la vergogna, sotto la spocchia.

****

Hanno pranzato e cenato insieme. Il cameriere serve il caffè e adesso lei tiene d'occhio l'uomo. È a
questo punto che diventano distratti, che abbassano la nuca. All'inizio, per loro, il desiderio è triste,
come un giogo. Si calmano solo quando hanno la certezza di possedere.

Rientriamo? Lei sorride un po' inquieta, un po' languida... Lui apre la porta e la fa entrare. Lei
compie, lì dentro, i suoi primi passi: una stanza è sempre una gabbia. Lei si siede ai piedi del letto.
Il lenzuolo aperto vi disegna una ferita fresca, di un biancore accecante. L'uomo la prende
dolcemente per le spalle... «Mi lasci abituare...». Il respiro di Manon si accelera.

Controllando la voce, lui dice: «Amore mio...». Quelle parole la turbano. Lì, in quella stanza piena
di libri, dai mobili pesanti, una stanza solida come la cabina di una nave... be', non è la stessa cosa.
Un ritratto... la moglie, forse... quanto tempo? Vent'anni, forse? Lì dentro si è ben sistemati come


per affrontare un viaggio infinito... è un mondo a sé. Non è una di quelle camere d'albergo dove non
si lascia traccia, da cui si esce con il fiato appena un po' grosso, né una di quelle garçonnière dove
tutto è troppo fragile per serbare impronte... Lì dentro lei si vede improvvisamente come una povera
cosa sgualcita, sciupata... e poi non le deve dire... Amore mio... «Sarei io il suo amore, signore?
Bell'amore! Non sa neanche chi sono...». Lui l'interroga con lo sguardo. «Una semplice ballerina,
vede... certo che non posso vivere solo di ballo!». Lei è terribilmente scoraggiata. Lui sussurra:
«Povera ragazzina », accarezzandole i capelli con dita distratte.

Manon avverte oscuramente che lui non ascolta; che è indifferente alla sua ultima confidenza.
L'avrebbe allontanato o avvicinato a sé, poco prima, ma adesso... Allora non è altro, per lui, che un
oggetto, come per gli altri? Sconfortata, gli dice: «Sono fatta per gli uomini, io». Lui la prende tra le
braccia e la culla. Se solo potesse cullarla così, semplicemente, a lungo... lui le ha regalato un
giorno di vacanza, le ha parlato come un amico. E lei ha imparato, studiosa, tante cose. Se solo
potesse rimanere così, semplicemente. Lei azzarda, impaurita, una confidenza: «Sogno di avere un
amico; ne avevo uno, una volta, e quando ero triste glielo dicevo, e anche lui...». Lui la bacia. «No,
non sulle labbra... — perché ragazzina? — Sulla guancia, è più dolce». Lei si stringe contro la sua
spalla. Ma lui si porta dietro il peso della noia che l'ha schiacciato al risveglio. Ha bisogno di
perdersi. Nell'amplesso tutto viene inghiottito, rimpianti, desideri... dopo l'amplesso non esiste più
nulla.

Mentre lei si sveste, spunta una spalla nuda, una spalla luminosa. Lui ci appoggia sopra la testa. Lei
gli offre il suo calore, la sua vita... «Il mio piccolo, dolce animaletto...». Lo ripete ostinatamente,
adesso.

Manon sente aumentare lo sconforto: gli uomini sono pazzi ed ecco che questo è uguale agli altri,
con i suoi gesti pieni di attenzioni, ma assurdi, con le sue frasi smozzicate... gli uomini...

Non capisci il loro sguardo. Non capisci cosa desiderano. Senza saperlo puoi far passare sui loro
volti il dolore, il piacere, persino l'odio. Non sai quale oscura immagine ricompongano, come fare
ad aiutarli... gli uomini sono pazzi!

Lei ricomincia, timorosa: «No... restiamo amici... ». Spera ancora tanto in quella pace. «Signore, le
sono debitrice di una giornata così dolce...». Le sue dita formano sul viso dell'uomo una fragile
carezza, una fragile barriera. Ma lui, a voce bassissima: «Dammi ciò che desidero, dammi...» Lei si
torce le mani: «Ma questo è il mio mestiere! Se sei uno spazzino, spazzi tutto il giorno, finalmente
hai un giorno di vacanza... vai a trovare un amico, tutta felice, e quello ti fa: "To' divertiti un po'
spazzare!" ». Manon si mette a piangere. Ma lui, con voce più sorda: «Oggi non è giornata, tu non
puoi sapere, dammi quel che desidero...». Allora lei incrocia le mani sul petto, piccola preda
incosciente, quasi casta. «Sono fatta per consolare l'uomo, ma non ho il diritto di dimenticare».
Rimarrà così, inerte. Sulle sue labbra per qualche istante compare la sofferenza, poi i suoi occhi si
aprono su quella stanza robusta, massiccia, costruita per le unioni feconde, per i momenti solenni
della vita. Avrebbe potuto esserne purificata, maturata... «Sono una piccola cosa sgualcita,
insozzata, sono... sono...». Non è nemmeno più triste. È la vita.

Antoine de Saint-Exupéry
16 novembre 2008

Piccolo-Principe-Counseling

Artcolo tratto da "Il Corriere della Sera"