sabato 28 febbraio 2009

L'importanza e la bellezza di un rifugio interiore


Bellissimo questo articolo che desidero condividere con te, vedi, a volte, poco si conoscono le dinamiche che regolano il nostro essere, altrimenti utili in un contesto rlazionale primario. Buona lettura.


Michele Giannantonio, Anna Laura Boldorini


Sito Internet: psicotraumatologia Comunicazione pubblicata negli Atti del XI Congresso Nazionale A.M.I.S.I., "Quarant'anni di ipnosi in Italia: presente e futuro", 1998



1. Introduzione È una pratica comune nella psicoterapia ipnotica impiegare la costruzione di rappresentazioni mentali di luoghi reali o fantastici per indurre la trance, approfondirla oppure per obiettivi terapeutici specifici. Tale approccio, però, può non essere immediatamente agibile o soddisfacente. Alcuni pazienti, infatti, mostrano di incontrare ostacoli fin dall'inizio del lavoro ipnotico, anche se, in apparenza, si è solamente in una fase preparatoria ed introduttiva. In realtà con questi pazienti siamo già in psicoterapia, poiché il superamento di queste difficoltà produce importanti risvolti trasformativi sulla loro personalità e sull'alleanza di lavoro.
In questa comunicazione ci proponiamo di evidenziare alcuni dei più comuni problemi che possiamo incontrare nella nostra pratica clinica all'inizio del lavoro ipnotico. Intendiamo poi mostrare come la tipologia degli ostacoli incontrati possa contenere decisive informazioni diagnostiche e di orientamento del successivo intervento terapeutico. Impiegheremo alcuni casi clinici per illustrare le modalità di manifestazione delle difficoltà in oggetto ed il loro trattamento da parte degli scriventi.


Parte di ciò di cui parleremo viene comunemente inteso come "rinforzo dell'Io", concetto tanto vasto che, di conseguenza, rischia di apparire vuoto di significato. All'interno di esso, infatti, vengono spesso racchiusi processi fra di loro molto differenti sia per la necessaria modalità di gestione che per i risultati che generano. In ogni caso, però, un intervento corretto sulle difficoltà emergenti dovrebbe condurre il paziente a fruire di un "rifugio interiore" sempre più solido che gli consenta di costruire all'interno del Sé un'area relativamente libera da conflitti, una base sicura intrapsichica, punto di partenza per successive esplorazioni esperienziali e terapeutiche.
2. Il rifugio interiore Il consolidamento di un rifugio interiore (d’ora in poi “RI”) è rappresentato dall’accesso ad un luogo vissuto come tale dal paziente. Comunemente vengono scelti luoghi classici quali una spiaggia, un prato, un bosco, etc., ma il paziente può avere bisogno di luoghi differenti, come ad esempio il solaio di una casa immaginaria collocata in “nessun posto”. In ogni caso, il parametro per valutarne l’adeguatezza è la constatazione del senso di sicurezza, di protezione e di libera espressione che concede, e per questo motivo l’atteggiamento richiesto al terapeuta è di operare con la massima flessibilità, per utilizzare qualunque richiesta, risorsa e bisogno siano autonomamente impiegate in modo ecologico dal paziente.


Quando una persona richiede il nostro intervento spesso ha l’impressione di essere globalmente in difficoltà, come se “tutto” andasse male e non fosse possibile rintracciare alcun punto di leva integro per operare dei cambiamenti. In queste condizioni iniziali il ritrovamento o la costruzione (la differenza è fondamentale e sarà precisata in seguito) di un RI si presenta come un utile strumento di intervento per molti motivi, in quanto può consentire:

1) L’accesso ad una condizione psicofisiologica “libera da conflitti”, secondo una terminologia propria della psicologia dell’Io (12), vissuta come ristoratrice e autocurativa; nell’attuare questa operazione, spesso veniamo anche a conoscenza del modo in cui vorrebbe sentirsi la persona e quindi, più correttamente, può indicare lo stato finale ottenuto con la risoluzione dei conflitti.

2) Di imparare o migliorare le proprie capacità di repressione consapevole dei conflitti e della sofferenza, spesso carenti in quei pazienti che si sentono letteralmente invasi dai problemi passati o presenti.

3) Il riaccesso a risorse interiori dimenticate, contaminate o di impossibile fruizione, appartenenti ad un passato più sereno; in questo modo si consente al paziente di impiegare strumenti indispensabili al proprio cambiamento, che sono spesso inattingibili attraverso procedure meramente verbali (7, 12).

4) Di operare una progressione d’età implicita, costituita non tanto da sterili espressioni di fantasie e desideri (5, 12) o da un generico “Rinforzo dell’Io”, ma di orientare attivamente l’espressione dei bisogni, dei desideri e delle risorse del paziente verso obiettivi cenestesicamente fondati.

5) Come da 3), di ottenere importanti informazioni diagnostiche e prognostiche sulle condizioni del paziente.

6) Di restituire un senso di coesione e di continuità del Sé, sovente invaso o
frammentato dal disagio psichico (8, 12).

7) Qualora fosse necessario, di iniziare a viversi come punto di riferimento per sé
stessi, costruendo o ricostruendo uno spazio interiore vissuto come base sicura
introiettata, spesso assente o deficitaria nelle patologie più gravi (2, 8, 11, 12, 14).

3. Ostacoli Scoprire di avere “dentro di sé” un luogo bello, sicuro, amichevole, che consenta di “stare bene”, di riposarsi, di esprimersi liberamente, all’occorrenza di ripensare con un adeguato coinvolgimento affettivo al proprio passato e futuro, è di per sé una scoperta che per molte persone è indelebilmente positiva e trasformativa. Il sentiero che conduce alla scoperta od alla costruzione di un tale luogo può essere ostacolato da molti elementi, che non devono però essere considerati in sé totalmente negativi, ma anzi occasioni di diagnosi e prognosi che necessitano di interventi differenziati intrinsecamente terapeutici. In generale, si può dire che lo specifico problema incontrato contribuisce alla formulazione della diagnosi, mentre spesso la rigidità con cui l’ostacolo è un indicatore prognostico.

3.1 Falsità o irrilevanza dell’esperienza Alcuni pazienti riferiscono che l’esperienza positiva vissuta è, in realtà, sostanzialmente falsa, priva di valore, troppo lontana dal mondo “reale”.


Un tale genere di obiezione, spesso espressa indirettamente, può essere posta da individui che stentano a riconoscere una qualche grado di bellezza e amabilità in sé stessi e nel proprio mondo interiore. L’accanimento con cui tale convinzione viene difesa è indicativo del grado di radicamento dell’immagine negativa del Sé e della flessibilità con cui tale immagine può essere modificata ed aggiornata da nuove esperienze integrative. Si può rispondere a tale obiezione spiegando che la sostanza di quanto da loro immaginato è emersa spontaneamente in quanto presente in nuce, è calibrata sulle loro reali esigenze, non può essere stato inoculata dal terapeuta, ma solo elicitata maieuticamente da parti prevalentemente inconsce della mente del paziente.


Queste spiegazioni, congiuntamente a riaccessi ripetuti al RI sono sufficienti ad ottenere una progressiva accettazione dell’esperienza, producendo modificazioni non solo dell’autostima (costrutto complesso e ricco di componenti cognitive consapevoli) quanto anche la percezione somatica della propria gradevolezza ed amabilità. E’ inoltre un primo spiraglio sulla presa di coscienza di risorse inaspettate che intervengono autonomamente nella risoluzione di problemi e nell’appagamento di bisogni profondi.


3.2 L’abbandono L’accesso ad un RI richiede assolutamente la cessione di parte del controllo al terapeuta ma soprattutto al mondo immaginativo ed emozionale interiore. Tale passaggio non è sempre agevole, e più dell’intensità della paura spesso ha un’attendibile valore prognostico la difficoltà con cui viene superato. Possiamo incontrare questo ostacolo ad esempio nelle persone con un Disturbo di Panico, con o senza Agorafobia (1), abituate a percepire con molta paura le risposte autonome del corpo e a non percepirlo certamente come un luogo sicuro. In questi pazienti è parte integrante della terapia l’apprendimento all’abbandono e la scoperta che spesso sono proprio l’autocontrollo eccessivo e la coartazione emotiva a produrre i problemi temuti (6, 10).


Diversamente, può capitare che le difficoltà di abbandono siano legate al rapporto, più in generale, a problematiche transferali presenti fin dall’inizio della cura connesse alla cessione di potere, fiducia e controllo. In questi casi, il lavoro ipnotico può certamente essere d’ausilio, ma una parte sostanziale dovrà essere effettuata, in tempi spesso lunghi, nel setting più tradizionale (13).


3.3 La sicurezza impossibile Può essere che un luogo venga raggiunto, ma che non sia percepito come “sicuro”. Oltre ad essere un’indicazione indiretta del grado di coinvolgimento del paziente nei propri problemi e della difficoltà a separarsi da essi seppure provvisoriamente per viversi come luogo sicuro, pone il terapeuta nella necessità di operare in modo direttamente terapeutico per rendere accogliente e sicuro il luogo prescelto dal paziente. Ma ci possono essere molti motivi che rendono impossibile sentirsi al riparo:


3.3.1.La sicurezza apparente. Il paziente risulta apparentemente al sicuro, ma in realtà non può esplorare il suo RI. Spesso si tratta solo di un problema iniziale che verrà spontaneamente superato con la familiarizzazione. Altre volte, invece, il paziente non è in grado di effettuare un movimento esploratorio. Si può quindi affiancare al paziente un “aiutante” che funga da base sicura. L’ideale terapeutico, per la sua ecologicità intrinseca, è rappresentato dall’elicitazione di una parte del paziente che svolga questo ruolo protettivo,
già presente o che lo sarà più avanti nella vita una volta risolti determinati problemi (12).


Non essendo sempre possibile, bisogna allora ripiegare su persone della vita attuale o passata, o, come ultima chance, sul terapeuta medesimo. La scelta della persona testimonia del suo grado di compromissione e delle risorse relazionali o intrapsichiche a sua disposizione. Ritroviamo situazioni simili, in generale, nelle persone che faticano a restare agganciate ad uno stato sicuro, quindi persone poco autonome come nei Disturbi D’Ansia o nei Disturbi dell’Umore, ma anche in quei Disturbi di Personalità che impediscono l’espressione autonoma e serenamente indipendente della persona (per esempio, Disturbo Dipendente, Evitante e Borderline di Personalità; 1).


Come fine ultimo terapeutico bisogna sempre considerare che, laddove sia possibile in quanto sempre auspicabile, si pone l’obiettivo di autoesplorazione confidando essenzialmente nelle proprie risorse intrapsichiche o relazionali e quindi, in tal senso, dovrebbero essere nel lungo termine orientati gli interventi successivi. Erica, ad esempio, ha già raggiunto qualche volta il suo RI, ma non pare svolgere realmente un effetto protettivo e rassicurante. Non lo sente come “il suo RI” (come spesso positivamente accade), si sente osservata, nella spiaggia c’è un sacco di gente ma, soprattutto, c’è sempre un pescatore su uno scoglio, immobile, presente anche negli esercizi di autoipnosi prescrittile.


Giunto il momento adeguato, le viene detto che bisogna sapere che cosa fa lì il pescatore e, per questo motivo, di scegliere una persona che le dia sicurezza e protezione per andare a parlare con lui (sceglie il terapeuta).Avvicinatasi al pescatore, “scopre” (ma in realtà se lo “sentiva”) che in realtà si tratta del padre, deceduto, con il quale la paziente ha avuto un rapporto incestuoso di più anni del quale ha iniziato a parlare solo con l’esordio della terapia, quindi 28 anni dopo il suo termine. Riconosciuto il padre nel pescatore, gli urla di andarsene, di lasciarla da sola poiché ormai è grande.


Non appena il padre se ne va, la paziente lo richiama, non potendo sopportare di averlo ferito e rattristato. Nonostante l’abuso protratto, infatti, questo padre è stato per la paziente un importante punto di riferimento, essendo la madre assolutamente assente ed inaffidabile. Essere adulta e libera è una conquista ancora da costruire.


3.3.2 La sicurezza minacciata. In alcuni casi la sicurezza del RI è minacciata da “qualcosa” più o meno precisabile. Indicazione generale della difficoltà a reprimere i problemi, è sempre bene cercare di obiettivare la fonte della paura e gestirla in modo da costruire lo spazio di sicurezza richiesto. Ad esempio Paola, alla seconda esperienza con il suo RI, riferisce di sentirsi osservata da qualcuno, come se fosse filmata. Al terzo accesso un serpente enorme si arrotola intorno a lei, un qualcosa che rappresentava «qualche cosa che avevo fatto di male». La volta successiva, non appena il serpente si ripresenta, intervengo per aiutarla, scavo una buca profonda, getto dentro qualche cosa da mangiare (secondo una modalità applicata sistematicamente da Leuner: 9), ed a questo punto il serpente, inoffensivo ed appagato, è pronto per dialogare con Paola: dice che non vuole farle del male, ma solo verificare che non commetta dei tentati suicidi per attirare l’attenzione del marito e di altri familiari. A quel punto il serpente scompare e Paola sente che diventa suo alleato. Questo esempio mostra anche come sia possibile attraverso l’impiego di un RI procedere all’integrazione di materiale non integrato, cioè represso, rimosso o dissociato.
3.3.3.La sicurezza vuota. A volte il luogo può essere vissuto come sicuro, ma nondimeno non appagante e condizione per la libera espressione di sé. Paola, per esempio, dopo l’integrazione del serpente, si ritrova seduta in riva al mare a piangere a causa di un profondo ed ingestibile senso di solitudine: la paziente, infatti, depressa in trattamento farmacologico, a causa anche della costruzione di un “falso sé” connesso in parte alla sua obesità, è assolutamente priva di qualunque relazione umana autentica, reale o introiettata. Allo stesso modo Sara, dopo una certa familiarizzazione con un prato deserto dove non è possibile invitare nessuno se non il terapeuta, sente l’urgenza di sentirsi più al riparo e meno sola. Viene scelto un bosco popolato solo di animali, tra i quali un falchetto che le si posa su una spalla per proteggerla. La sicurezza acquisita è comunque estremamente limitata, in quanto Sara può entrare in relazione solo con animali, anche perché l’unico essere umano che ha accesso al bosco, il terapeuta, ha solo la funzione di garante dell’incolumità della paziente.


Paola ha un Disturbo Borderline di Personalità, caratterizzato da un marcatissimo attaccamento insicuro-ambivalente (8, 11).
In altri casi, il RI non è veramente tale in quanto vuoto di emozioni e sensazioni appaganti o addirittura palpabili: sovente si tratta di pazienti profondamente depressi che, se già in cura farmacologica, lasciano prospettare una prognosi di miglioramento, spesso parziale, solo attraverso una lunga e difficoltosa riabilitazione al gusto della vita. Per Leonardo, 55 anni, con Distimia e Depressione Maggiore Ricorrente, probabilmente depresso già dopo i 10 aa, anche se leggermente migliorato con una cura farmacologica, qualunque esperienza e luogo immaginati con l’ipnosi sono poco più che indifferenti, pur essendo in possesso di sufficienti abilità ipnotiche.
3.3.4.L’impossibilità di esserci. Se solo chiediamo ai paziente chi c’era nei RI, non è affatto raro scoprire che in quel luogo non c’era realmente o integralmente il nostro paziente. A volte è presente il paziente com’era una volta, prima di sviluppare certi problemi, oppure il modo d’essere del paziente risulta essere troppo legato a meccanismi di
appagamento di desiderio senza un reale potere trasformativo e di orientamento delle risorse.


Altre volte il paziente c’è, ma con un corpo non suo, uno fantasticato oppure precedente ad un peggioramento dell’immagine corporea. Quest’ultimo caso si pone di frequente nelle Dismorfofobie e nei Disturbi Alimentari Psicogeni dove è facilmente riscontrabile un’alterazione dell’immagine corporea (3, 4). E’ importante rendersi conto che, lavorando su questi “pazienti, in realtà operiamo azioni che tendono a rimanere con esiti ridotti o nulli, in quanto non dirette all’integrità del paziente o, comunque, poiché non entrano in gioco aspetti troppo importanti della sua personalità implicati nella sua sofferenza. Per esempio, in un paziente con un Disturbo Alimentare Psicogeno o con una Dismorfofobia, avendo bisogno di lavorare con gli aspetti principali della persona, dobbiamo produrre un’accettazione progressiva del corpo, ma in realtà questo lavoro preparatorio è di importanza terapeutica imprescindibile.


Altre situazioni riflettono invece problematiche più vaste: Antonia, gravemente depressa da moltissimi anni e provvista di bassissime abilità interpersonali, nel primo periodo di familiarizzazione con il RI non riesce a vedersi. Le viene allora suggerito di essere lì, ma di essere invisibile a tutti; per mezzo di questo escamotage la paziente riesce ad esplorare il suo RI, una spiaggia, stando molto lontana dalle persone, fino a quando, con le debite precauzioni, diventa visibile e si fa conoscere da un personaggio dello spettacolo che la incuriosisce e la diverte.


Riassunto


Gli autori hanno illustrato la rilevanza terapeutica della costruzione e della scoperta di un rifugio interiore per il paziente all’inizio di una psicoterapia ipnotica. Si sono inoltre evidenziate le principali difficoltà incontrate in questo processo da alcune tipologie di pazienti, con particolare attenzione al loro valore diagnostico e prognostico. Ne deriva che tale pratica clinica, lungi dall’essere una semplice “familiarizzazione all’ipnosi” o un “rinforzo dell’Io” non altrimenti orientato, costituisce di per sé uno strumento terapeutico finalizzato e propedeutico agli interventi successivi, non senza trascurare l’aspetto estetico e creativo del cambiamento.



venerdì 27 febbraio 2009

Amore amicizia vicinanza, nuovi modelli valoriali



"Comunicato stampa n° 388 del 27/02/2009

(AVN) Verona, 27 febbraio 2009

“Non lasciamoli soli, nella loro solitudine, che è la condizione peggiore per un adolescente, quella che può provocare gesti estremi. Ma anche combattiamo, perché ormai c’è un’emergenza educativa, i modelli disvaloriali imposti dalla società e dai media che allontanano dai ragazzi il senso di realtà e della vita vera che significa responsabilità e anche sacrificio”.


Queste le parole che Stefano Valdegamberi, assessore regionale alle Politiche sociali, ha rivolto agli operatori sanitari e sociali che gremivano, stamani, la sala convegni dell’Unicredit di Verona, all’apertura dei lavori del convegno dal titolo “L’urlo senza voce - i tentati suicidi e le condotte parasuicidarie in adolescenza” promosso dall’ospedale “Villa S. Giuliana” e dall’azienda ULSS 20 di Verona, con il patrocinio della Regione Veneto.


Il convegno intende essere un momento di riflessione teorica e organizzativa sul tema in questione. S’intendono approfondire le strategie atte a migliorare l’integrazione tra le progettualità nei diversi contesti sociali e sanitari che si occupano del problema dei tentati suicidi e delle condotte a rischio in adolescenza, “eventi che – è stato detto - mettono in scacco gli operatori e provocano un angoscioso senso di inadeguatezza nelle famiglie”.


“C’è bisogno di creare punti di riferimento solidi per gli adolescenti – ha aggiunto Valdegamberi – che si contrappongano in modo decisivo a modelli sociali che propongono l’apparire, le veline, il grande fratello come massimo successo della vita. Dobbiamo agire come educatori, operatori, familiari, amici, per trasmettere agli adolescenti il senso di responsabilità e la fatica che la vita comporta contro questi modelli imperanti, virtuali, che alla fin fine generano frustrazione per l’abisso che esiste tra il facile successo che propongono e la vita reale di tutti i giorni.


Va ritrovato allora – ha esortato Valdegamberi – il senso di comunità, la socialità vera che nessun rapporto virtuale può sostituire. Dobbiamo ripartire da noi stessi, dall’attenzione degli uni verso gli altri, amico con amico, vicino di casa con vicino di casa, cittadino con cittadino."


E' molto interessante questo comunicato stampa della regione veneto, cerco appunto di divulgarlo affiche' noi adulti diventiamo sensibili verso i nostri figli promuovendoci a nuovi modelli educativi, cominciamo noi ad amare , ad amarci ad accettarci incondizonatamente a dare valori importanti come il volersi bene, la reciprocita' l'aiuto e il saper chiedere aiuto.


Tu cosa ne pensi?


Consapevolezza

Consapevolezza

La pratica della meditazione promuove l'auto osservazione , aiuta a gurdare i pensieri come pellegrini che passano e a intervistarli per conoscerli meglio. "Donati tempo per prenderti cura di te, per volere bene a te , per sentirti amato da te. La persona con la quale trascorri piu' tempo sei tu ! Abita volentieri con te: nessuno e' piu' amico se non tu a te stesso! Sosta senza fretta, guarisci l' ansia del fare, abbandonati alla gratuita' del contemplare. Pensa armoniosamente perche' la vita e' quella che i tuoi pensieri vanno creando."

A presto Luciana

martedì 24 febbraio 2009

Nichilismo


“ Ho fame di senso ! ”

Che cosa dà soddisfazione e gioia alla tua voglia di vivere?
Depressione, ansia e angoscia sono la sofferenza dell’anima che non trova il suo significato” C. G. Yung.

“La cosa che mi fa più paura è la noia. È una brutta bestia che ti divora dentro. Alcuni di noi preferiscono la fuga nevrotica nello sport, nella musica, nella velocità, nello sballo, … altri preferiscono morire piuttosto che annoiarsi…” M. C. . Abbiamo bisogno di interessi sani che ci strappino dagli impulsi aggressivi radicati nel vuoto esistenziale.

<> E. Fromm, “Avere o essere?”.

La vita piatta senza stimoli culturali, lo sbadiglio, la noia, il vuoto esistenziale, producono impulsi aggressivi e distruttivi, sessualità disturbata, anarchia dei sentimenti, sfoghi negativi degli istinti. La violenza è una forma di amore degradato: quando una persona non riesce a costruire positivamente la voglia di vivere questa si volge nel suo opposto. L’amore costruttivo di sé (biofilia) cambia nel suo opposto: odio distruttivo di sé (necrofilia). Odio è amore al rovescio. Violenza è amore degradato.

L’angoscia esistenziale ha un carattere diverso dalla sofferenza fisica e psichica; per essa il medico non ha farmaci; ti senti colpito dal brivido del vuoto, dalla ambiguità di valori falsi, di sicurezze malate, di resistenze alienanti; non vuoi rassegnarti all’appiattimento, alla mancan-za di senso, alla morte psicologica. Angoscia è invocazione di senso. (Eric Fromm).

L’uomo può ammalarsi di tre tipi di malattie, l’animale di due. Comune all’uomo e all’animale è una malattia fisica, come un mal di denti, o una malattia psichica, come la paura. L’uomo può ammalarsi di un’altra malattia che nasce dalla mente, come l’angoscia. Tutti abbiamo visto dei cani impauriti, ma non angosciati. Solo l’uomo può provare angoscia quando non riesce ad affezionarsi alla vita. Può sentirsi zingaro sperduto e vagabondo su un pianeta indifferente al suo destino (Jacques Monod). Allora l’uomo si disaffeziona alla vita fino a dire “Mondo fermati, io scendo!”.

“Chi sono io che nasco quando non so e muoio quando non voglio?”, “Che senso ha vivere?”
Queste domande non si pongono a livello fisico e psichico ma a livello spirituale.

Al tempo di Freud il grande problema era quello sessuale; al tempo di Adler quello della “volontà di potenza”, oscillante tra il complesso di inferiorità e quello di superiorità. Oggi il grande proble-ma è quello dell’assurdità o meno della vita. Victor Frankl parla di malattie noogene, cioè generate dalla mente; esse vengono guarite dalla logoterapia, cioè illuminando la mente con parole belle.

Nel costume di oggi c’è la tendenza a rimuovere il vuoto esistenziale buttandosi negli impegni, nel divertimento fino a stordirsi; c’è la tendenza a fuggire nell’alcool, nella droga, nella sessualità disordinata, … .

Solo l’uomo si può ammalare di ansia, quando si oscura il senso della vita.
L’uomo ha più bisogno di senso che di pane. Chi ha motivi per vivere… vive; chi è demotivato si lascia andare, si deprime, diventa biologicamente meno vitale.

Quali sono le tue strategie per affezionarti alla vita?
Racconta esperienze di pienezza (peak-esperiences di A. Maslow) della tua storia personale.

Articolo tratto da scuola del villaggio

A presto Luciana

domenica 22 febbraio 2009

Quanti incontri per amore della stessa passione

Ti invito a visitare il blog della mia amica Gabriella Costa,
ci siamo conosciute attraverso Facebook, e abbiamo
scopero di essere entrambe impegnate nella nuova
professione di counseling. Lei e' professionista,
mentre io ancora sto studiando, mi avvicino al
cuore della nuova attivita' , che amo moltissimo,
attraverso il tirocinio.

Ti do un assaggio del suo ultimissimo articolo
molto bello : Sulla felicita'..felicita' d'infanzia
Come un ricordo di felicità: un grande giardino,
il cielo blu con le sue nuvole che passano, grida
e giochi di bambini, grandi fiori, una mamma
che sorveglia da lontano.... luci, rumori, odori
particolari.Un bambino se ne sta di fronte alla
natura che si apre davanti a lui.

Più indietro la sagoma rassicurante della casa
e due figure familiari quella della madre e di
un altro bimbo. Davanti gli si apre la strada,
che l’attira con tale forza che esita per un istante,
prima di lanciarsi.... è perfettamente felice,

e il tempo per lui si è fermato, sta assaporando
questo istante di perfetto equilibrio tra noto e ignoto...
immobilità e movimento... ha la sensazione di un
futuro senza limiti, l’intuizione che ci sarà, ancora
e sempre, un infinito di felicità da vivere....

Tra le righe, tu puoi ri-trovare te stesso,
quali icordi hai della tua infanzia,
a me viene in mente un giardino, tanto amore intorno
giochi corse spensierate, giochi fantastici avventure elettrizzanti...

Vuoi raccontarti..dai coraggio...

A presto Luciana

giovedì 19 febbraio 2009

OSCAR WILDE

IL TESTO DELLA LETTERA DI OSCAR WILDE

Questo è il testo della lettera scritta da Oscar Wilde il 29 aprile 1895 dal carcere di Holloway a Lord Alfred Douglas, recitata al Festival da Roberto Benigni:


"Mio carissimo ragazzo,questo è per assicurarti del mio amore immortale, eterno per te. Domani sarà tutto finito. Se la prigione e il disonore saranno il mio destino, pensa che il mio amore per te e questa idea, questa convinzione ancora più divina, che tu a tua volta mi ami, mi sosterranno nella mia infelici-tà e mi renderanno capace, spero, di sopportare il mio dolore con ogni pazienza.

Poiché la speranza, anzi, la cer-tezza, di incontrarti di nuovo in un altro mondo è la meta e
l' incoraggiamento della mia vita attuale, ah! debbo con-tinuare a vivere in questo mondo, per questa ragione. Il caro *** mi è venuto a trovare oggi. Gli ho dato parecchi messaggi per te.
Mi ha detto una cosa che mi ha rassicurato: che a mia madre non mancherà mai niente.
Ho sempre provveduto io al suo mantenimento, e il pensiero che avrebbe potuto soffrire delle privazioni mi rendeva infelice.

Quanto a te (grazioso ragazzo dal cuore degno di un Cristo),
quanto a te, ti prego, non appena avrai fatto tutto quello che puoi fare, parti per l'Italia e riconquista la tua calma, e componi quelle belle poesie che sai fare tu, con quella grazia così strana.

Non esporti all'Inghilterra per nessuna ragione al mondo.
Se un giorno, a Corfù o in qualche isola incantata,
ci fosse una casetta dove potessimo vivere insieme, oh! la vita
sarebbe più dolce di quanto sia stata mai. Il tuo amore ha ali larghe
ed è forte, il tuo amore mi giunge attraverso le sbarre della mia prigione e mi conforta, il tuo amore è la luce di tutte le mie ore. Se il fato ci sarà avverso, coloro che non sanno cos'è l'amore scriveranno, lo so, che ho avuto una cattiva influenza sulla tua vita.

Se ciò avverrà, tu scriverai, tu dirai a tua volta che non è vero. Il nostro amore è sempre stato bello e nobile, e se io sono stato il bersaglio di una terribile tra-gedia, è perchè la natura
di quell' amore non è stata com-presa. Nella tua lettera di stamattina tu dici una cosa che mi dà coraggio. Debbo ricordarla. Scrivi che è mio dovere verso di te e verso me stesso vivere, malgrado tutto. Cre-do sia vero. Ci proverò e lo farò. Voglio che tu tenga informato Mr Humphreys dei tuoi spostamenti così che quando viene mi possa dire cosa fai. Credo che gli avvocati possano vedere i detenuti con una certa frequenza.

Così potrò comunicare con te. Sono così felice che tu sia partito! So cosa deve esserti costato.
Per me sarebbe stato un tormento pensarti in Inghilterra mentre il tuo nome veniva fatto in tribunale. Spero tu abbia copie di tutti i miei libri. I miei sono stati tutti venduti. Tendo le mani verso di te. Oh! possa io vivere per toccare i tuoi capelli e le tue mani. Credo che il tuo amore veglierà sulla mia vita. Se dovessi morire,voglio che tu viva una vita dolce e pacifica in qualche luogo fra fiori, quadri, libri, e moltissimo lavoro. Cerca di farmi avere tue notizie. Ti scrivo questa lettera in mezzo a grandi sofferenze ; la lunga giornata in tribunale mi ha spossato.

Carissimo ragazzo, dolcissimo fra tutti i giovani, amatissimo e più amabile. Oh! aspettami!
aspettami! io sono ora, come sempre dal giorno in cui ci siamo conosciuti,
devotamente il tuo, con un amore immortale"

Oscar Wilde


A presto Luciana

martedì 17 febbraio 2009

libro il piccolo principe

VAI SERENO TRA LA AGITAZIONE BELLA VITA,
COLTIVA L'AMORE AL SILENZIO E ALLA PACE.


Donati tempo per prendere cura di te, per volere bene a te,
per sentirti amato da te.
La persona con la quale trascorri più tempo sei tu!

Abita volentieri con te: nessuno è più amico se non tu a te stesso!
Sosta senza fretta, guarisci l'ansia del fare, abbandonati alla gratuità
del contemplare. Pensa armoniosamente perché la vita è quella che i tuoi
pensieri vanno creando.

In ogni circostanza, considera quanto vi è di buono,
pratica lo sguardo positivo.
Se ti paragoni agli altri puoi diventare vanitoso e aspro;
c'è sempre chi riesce di più o di meno.

Ogni uomo è una stella, ogni stella ha il suo splendore, accogli ogni
persona come messaggio per te.
Fà fiorire gli incontri umani che la strada ogni giorno ti regala.
Quando una persona si sente amata dà il meglio di sé.

Sii pronto ad ascoltare e lento nel parlare,
dici la tua verità con calma e chiarezza:
nessuno è sapiente assoluto, nessuno è ignorante assoluto, col dialogo
siamo tutti maestri e scolari gli uni gli altri alla scuola continua della vita.

Vivi semplice, più sei semplice e più gusti il valore delle cose; le cose
semplici sono anche le più belle; non lasciarti opprimere dai bisogni
superflui; non c'è nulla di più libero ed indipendente dell'uomo che
pratica la sobrietà felice.

Celebra la gratuità della vita, respira la grazia di essere vivo.
Sii presente al presente!

Il passato è passato, il futuro non è ancora arrivato, vivi la fioritura del
presente più armoniosamente che puoi perché è il grande tesoro a tua
disposizione:

Qui, ora tocca la pace!

A presto Luciana

giovedì 5 febbraio 2009

ELUANA ENGLARO

Tratto da "La Repubblica"



Beppino Englaro: "Molti negano la realtà, io voglio solo liberare mia figlia"



Il primario della clinica: "Di fronte a me una persona diversa da come l'avevo immaginata"
"Lei ormai è un simbolo sopravviverà anche a me"
"Ho chiesto il silenzio ma non voglio fermare il dibattito della ragione"



dal nostro inviato PIERO COLAPRICO

Beppino Englaro


UDINE - Il letto sul quale Eluana è stata accudita per tanti anni, è lo stesso sul quale morirà. Le mani di chi ha nettato, carezzato, pettinato, lavato, nutrito questa donna l'altra notte hanno consegnato questo oggetto di stoffa e gomma, così importante, così delicato, nelle mani di chi non la nutrirà più, anzi la lascerà andare. Il mondo è sempre un po' più complicato, o più semplice, quando si sta attenti a qualche dettaglio, come al materasso sul quale Eluana Englaro ora giace, al piano terra della clinica "La Quiete di Udine".



Anche il nutrimento è lo stesso di Lecco, quel sacco di plastica con liquidi, medicinali, proteine e altro che, attraverso il sondino nasogastrico, permette a questa paziente trentottenne di sopravvivere. Le suore Misericordine, nella notte tra lunedì e martedì, hanno dato quello che potevano al primario di Udine: una specie di "portati qualche cosa per il tuo viaggio, Eluana", uno scambio umano e clinico, amichevole e tecnico. Ma chissà quanto doloroso, chissà quanto tragico, tra chi ha invocato per Eluana la vita a qualunque costo e chi lascerà che invece la morte su Eluana proceda.



Sembra davvero che le manifestazioni, gli anatemi, le emozioni delle persone comuni e le polemiche anche un po' incontinenti della politica non possano arrivare più in queste due stanze e un bagno, dove la vita e la morte, la non-vita e la non-morte sono concrete come il colore giallo della parete di fronte al letto di Eluana. L'unica finestra, coperta da tende, è affacciata su via Pracchiuso, la via dov'è nata la fotografa, femminista e rivoluzionaria Tina Modotti. Due guardie giurate dentro, poliziotti, carabinieri e vigili fuori tengono lontani i curiosi. Ma sino al momento, intorno alla casa di cura friulana, le ore scorrono neutrali.



Papà Beppino, una camicia a righine senza cravatta, la giacca beige, i lineamenti tesi, quasi da scultura africana, compare intorno alle 18 nello studio dell'avvocato Giuseppe Campeis. Ha appena visto sua figlia, ha anche parlato con i medici e alcuni infermieri, ha chiuso con una sua firma gli atti necessari al ricovero. I vetri oscurati dell'auto messa a disposizione da un amico hanno retto ai flash.


"C'è un limite, c'è un momento in cui intorno a un letto di ospedale viene tirata un tenda, o no? Non voglio nascondere nulla - si sfoga papà Beppino - anzi rifarei tutto daccapo, in questa battaglia che era ed è la stessa di mia figlia. Credo anche che la libertà e la forza di volontà sopravvivono a Eluana e sopravviveranno anche a me". Papà Beppino scuote la testa, deve scacciare la stanchezza di una notte insonne: "Tutti - continua, come se parlasse tra sé - sono liberi di giudicarmi, l'hanno già fatto e lo faranno. Anche adesso lo fanno, ma io chiedo, chiedo davvero il silenzio.



Il silenzio io stesso l'ho rotto, è vero, ma non voglio fermare il dibattito della ragione che, ancora una volta, io stesso ho fortemente voluto. Sui diritti e la libertà e il ruolo delle leggi il dibattito è fondamentale. Che continui e si sviluppi la discussione se è giusto o se è legale interrompere un vita artificiale, e se e come e chi ha il diritto di farlo, massì. Ma credo davvero che sia necessario che tutto questo si svolga un po' più lontano dal corpo di Eluana.



Direi lo stesso se non fosse mia figlia, se non fossi io il padre. Non stiamo parlando solo di politica, di affari legali o di medicina, ma di quello che accade durante una malattia. Ha senso che vengano descritti giorno per giorno i dettagli operativi, buttandoli in pasto a chi con essi si vuole commuovere, emozionare, adirare?". La domanda è questa, resta nell'aria, papà Beppino vuole il silenzio, lo dice, e se n'è andato a sedere in un angolo del tavolone dello studio legale.



Ascolta noi giornalisti chiedere come "funziona" il meccanismo studiato per far sì che la sentenza della corte d'appello di Milano sia rispettata in ogni dettaglio. E possa reggere all'azione penale, prevedibile, che sarà aperta dal procuratore capo di Udine come "atto dovuto". Campeis è rilassato come un generale che ha protetto il suo esercito: "Vedete, cari signori, non siamo in una clinica, e non siamo a carico dell'azienda sanitaria regionale, alla quale Eluana non costa un euro". Anche i medici e gli infermieri agiranno da volontari, ma hanno "una soggettività" che deriva dall'associazione "Pro-Eluana", appena costituita.



L'avvocato aggiunge serafico quanto sia stato "determinante" il sindaco di Udine Furio Honsell, allontana qualsiasi polemica con il ministero del Welfare, resta soft, ma è papà Beppino a lasciarsi sfuggire ancora una frase: "Questi sono negazionisti del diritto, negazionisti della realtà", sì, non ne può più di ascoltare commenti sradicati dai principi di diritto. Il primario dell'ospedale pubblico, Amato De Monte, specialista di rianimazione, anestesia e farmacologia clinica, la pensa allo stesso modo: "E poi, il cervello di Eluana non è in grado di provare sofferenza. Il papà dice di volerla liberare, ha usato questa parola, che non dimenticherò mai.



Penso che Beppino sia doppiamente devastato, per la vicenda di Eluana e per la grave malattia che la moglie sta soffrendo. Il viaggio da Lecco a Udine è stato angosciante, Eluana ci è sempre stata presentata nel fiore della giovinezza, mi sono trovato di fronte una persona completamente diversa", dice. Anche per lui, come per i genitori, "Eluana è morta diciassette anni fa. Mi sento di invitare tutti a non pensare cosa potrebbe provare Eluana, ma di pensare se si è disposti a vegetare per diciassette anni come Eluana".



Sulla parete dell'ufficio c'è una foto che ritrae il medico - ancora il mondo del reale che fa irruzione nel mondo delle parole - con madre Teresa di Calcutta. Era l'89, stavano in Armenia, per aiutare i feriti del terremoto, De Monte faceva il volontario con gli alpini. Adesso, nonostante il fisico da mediomassimo, si sente "devastato come padre, come uomo, come medico e come cittadino, ma tutto questo passa in secondo piano davanti al dolore della famiglia Englaro".



Ma se mamma Sati s'è consumata nel dolore, papà Beppino lo tiene a bada, lo difende e quasi lo custodisce: "E' il tempo che hai perduto per la tua rosa che rende la tua rosa così importante", si legge nel "Piccolo principe", libriccino che non mancava nella libreria dell'"Eluanina". Come ancora la chiama, quando si china a darle un bacio.




A presto Luciana

martedì 20 gennaio 2009

POST EXCHANGE

Guarda cosa ho trovato nel blog di Massimo,
un'altra delle sue trovate,
ti invito a leggerlo e' veramente interessante!

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Come pubblicizzare un blog: POST EXCHANGE

Come pubblicizzare un blog in modo semplice, gratuito, efficace al 500% ?
Ti basta usare il POST EXCHANGE di Massimo.
Devi sapere che il principio di internet è quello di essere
"Un'enorme rete di collegamenti".

Proprio riflettendo su questo aspetto si scoprono
tecniche potentissime che sono state dimenticate dagli utenti,
i quali ricorrono spesso a pubblicità a pagamento che in realtà non serve.

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nei motori di ricerca è il "POST EXCHANGE".

Adesso stai per scoprirlo...Quello che conta per il lettore è la qualità del blog,
le informazioni proposte e quindi i contenuti trattati.
Non c'è niente di male a creare un messaggio
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altri contenuti interessanti.

Il lettore lo apprezza perchè gli stiamo dando ottime informazioni...

Dai un occhio al blog di Massimo, e' proprio interessante :-)

A presto Luciana

giovedì 15 gennaio 2009

Convegno di Prevenire e' possibile

Convegno di Prevenire e' possibile

Una particolare nobiltà prende forma nella professione del counselor.

Il suo presentarsi sulla scena sociale della crisi produce il rigenerante scandalo della gratuità dell’animo, dell’affettività e dell’aiuto alle persone in difficoltà.

Il counseling è una professione.

Ma non è solo una professione.

Non a caso nella partecipazione a questo movimento in stato nascente si incontrano uomini già incontrati nei ricorrenti scenari della realizzazione della innovazione intelligente ed affettiva.

Nel counseling prende forma lo stesso spirito che muoveva gli ideali dei giovani della contestazione studentesca, gli stessi amici ritrovati nella entusiasmante stagione del volontariato, persi e poi ancora incontrati lungo le vie della ricerca esistenziale e spirituale e, anni dopo, riscoperti attivi nelle casa famiglia, nelle comunità, nelle associazioni del terzo settore.

Oggi lo scandalo consiste nella assenza di giustificazioni politiche, religiose, economiche e di appartenenza per dichiarare la propria scelta affettiva verso altri esseri umani. L’intelligenza della ragione si incarna umilmente, in questo secolo, nelle singole individualità di persone che scoprono e trasmettono senso della vita.

Con la scusa, e l’onore, di una professione, il cui esercizio è, a volte, retribuito, altre volte gratuito.

Nel 14° Convegno di Prevenire è Possibile, che si terrà a Tolentino (MC) il 14 e 15 febbraio 2009, vogliamo discutere dell’ UMANITA’ DEL COUNSELOR e invitarLa a questa esperienza di condivisione di ideali e di affetto.

Informazioni sul convegno sono presenti sul sito www.prepos.it, la scheda di iscrizione è alla pagina Prepos

A presto Luciana

domenica 11 gennaio 2009

Amicizia filastrocca poesia

Amicizia

E un ragazzo disse: Parlaci dell'Amicizia...
E lui rispose dicendo:

Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
È il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.

È la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui
e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l'amico vi confida il suo pensiero,
non negategli la vostra approvazione,
né abbiate paura di contraddirlo.

E quando tace, il vostro cuore non smetta
di ascoltare il suo cuore.

Nell'amicizia ogni pensiero,ogni desiderio,
ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.

Quando vi separate dall'amico, non rattristatevi.
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate,
come allo scalatore la montagna è più chiara dalla pianura.

E non vi sia nell'amicizia altro scopo
che l'approfondimento dello spirito.

Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi
lo schiudersi del proprio mistero non è amore,
ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l'amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea,
fate che ne conosca anche la piena.

Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno,
ma non il vostro vuoto.

E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose
il cuore ritrova il suo mattino e siristora.

[da: " Il Profeta" di Gibran Kalil Gibran]


L'amicia e' il sale, che da sapore ,
il sole , rischiara il cammino,
l'amicizia e' condivisione di gioie e momenti piu' tristi,
l'amicizia e' amare amarsi, dono speranza ,
amicizia ti lascia libero di chiedere , di andare e tornare,
non giudica , ma offre.

vuoi continuare Tu? .........


Luciana

lunedì 5 gennaio 2009

Sereno 2009

Scrivo questo augurio di tolleranza e di pace, che mi e' stato inviato dal carissimo prof. Mirabella, per poterlo condividere con voi tutti,
“Il mio vecchio cane Tom è pieno di artrosi.
Gli massaggio le spalle…lui ricambia…con lo sguardo dolcemente grato…

E ogni volta, alla fine del massaggio, le mie spalle sempre contratte sono un po’ più sciolte…
Tu vedi qualcuno che ha due occhi, un naso, una bocca come la tua…antropomorfizzato dal tuo
amore…
Senti quello che sente lui, o quasi…

Come fargli del bene mi fa star bene, fargli del male mi fa star male…
Ogni volta…l’urto del male investe anche noi…

Disarmarsi…non è poi così difficile… spalancando il suo cuore all’unisono con il tuo…
Tanta felicità per la luce che ritorna.”

venerdì 2 gennaio 2009

“Tutti i grandi sono stati bambini”

Ho trovato questo interessante articolo, ci sara' una commedia ispirata dal libro "Il piccolo principe" verra' proposta il sei gennaio a Modena.

Tutti i grandi sono stati bambini”: un gruppo di orfani a teatro
(Milano) Si intitola “Tutti i grandi sono stati bambini” lo spettacolo teatrale che vede protagonisti un gruppo di trenta bambini e adolescenti provenienti dagli orfanotrofi di Bosnia Erzegovina e Albania.Lo spettacolo, liberamente tratto dal “Piccolo Principe” di Antoine Saint’Exupery, debutta in Italia il 6 gennaio 2009 a Modena e verrà ospitata da altre cinque città dell’Emilia Romagna nei prossimi mesi.

Il progetto si inserisce nella cornice delle azioni dell’Accordo di Programma Quadro per la Cooperazione nei Balcani, promosso dalla Regione Emilia Romagna e da una rete di circa quindici Comuni e Province della Regione. L’intento è quello di intrecciare l’obiettivo di produzione di performance artistiche a obiettivi con scopo sociale, tra cui: fare emergere l’espressività e creatività personale degli adolescenti orfani coinvolti nel progetto;

utilizzare i laboratori di preparazione allo spettacolo come strumenti attraverso cui far emergere il vissuto quotidiano dei ragazzi e come spazio aperto per raccontarsi; favorire l’integrazione del gruppo di bambini e di adolescenti, promuovendo atteggiamenti di accettazione dell’altro, cooperazione e integrazione; sviluppare, infine, capacità di relazione, confronto, condivisione di esperienze tra ragazzi appartenenti ad etnie, religioni, stati diversi, favorendo in tal modo percorsi interculturali di convivenza e cooperazione.

Per ulteriori informazioni contattare: Comune di Forlì - Unità Politiche Pari Opportunità, telefono 0543/712911.

Auguro a tutti " FELICISSIMO 2009 "

A presto Luciana

mercoledì 17 dicembre 2008

Yoga Sutra di Patanjali


Yoga Sutra di Patanjali

Vi troviamo 196 proposizioni, tutto quello che si dice riguardo allo Yoga sutra Patanjali. Yog, che vuol dire giogo, con-yungere, con-iugale, sono parole che derivano dallo sanscrito. Come prima parola si trova : “Cos’e’ Yoga?” yoga e’ cit vrit miroda => cit= pensiero, brit=movimento, niroga= ferma il movimento della mente.

Questa e’ una perla che l’india da alla cultura universale, e va capita nella semplicita’, cosi’ ci viene da pensare , anche io sono d’accordo con queste cose.
Ma usare la parola meditazione, gia’ e’ confessionalizzare la parola occidentale, che non si accorda con l’oriente.

un grande interesse ora, a questa parola, perche’ ci stiamo accorgendo, che nelle difficolta’ psicologiche, quando c’e’ qualche problema di disagio mentale, subito inventano medicine modificando la chimica del corpo, e creando dei grandi problemi.

Quando invece con la potente medicina che si chiama MEDITAZIONE, potresti tornare ad avere equilibrio mentale.
MEDITARE => e’ una parola occidentale, che e’ una forma intensiva del verbo mediare, cioe’ adopera mezzi per immaginare pensieri; oppure Imedium-ire andare in mezzo.
Invece gli orientali intendono SII CONSAPEVOLE, di essere qui, di respirare, gli occhi che si muovono, le mani.

La consapevolezza significa, essere presente al presente. Allora, cit-brit-niroda quando sei confuso indaffarato tra ragnatele di parole che ti aggrovigliano la mente , posso dire : mi siedo sulle sponde del Gange, coi cinque sensi mi immagino di vedere l’acqua che scorre, di sentire lo sciacquio delle acque, di toccare l’acqua, attraverso le immagini mentali, e ti devi mobilitare per creare presente.

Allora, quando si parla di meditare, intendete che una parola occidentale che non si accorda con l’oriente, piuttosto dici facciamo yog/yoga. Come il giogo dei buoi , lo yoga, e’ la stessa parola : vuol dire che tu mobiliti energie dormienti, oppure disperse, e le adoperi per uno scopo costruttivo, come le sponde che danno vigore al fiume in modo che diventi produttivo, canalizzare le energie.

Ti stavo dicendo, come la prima parola di questo libretto, che e’ una grande educazione del carattere comincia proprio cosi: Cit vrit miroda, e in India, ogni attivita’ la cominci cosi’ , prima di tutto ferma i birilli, cioe’ calmati, porta la mente a casa, fatti pastore dei tuoi pensieri, e mettili a riposare. E qui puoi costruirti le famose immagini guida, per esempio il ciclista che appoggia la bicicletta sull’albero e si riposa.

Se desideri approfondire questo argomento clicca qui Yoga Sutra di Patanjali

Vai qui per scaricare il libro versione PDF Yoga Sutra di Patanjali


A presto Luciana

venerdì 5 dicembre 2008

Ascolta (Autore ignoto )

Oggi ho trovato negli archivi del mio computer questa, oserei dire preghiera non nel senso confessionale del termine, e' a dir poco coerente con la professione di Counseling.

Ascolta (Aut. ignoto)

Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu inizi a darmi il tuo parere, non fai ciò che ti ho chiesto.

Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu inizi a spiegarmi perchè non dovrei provare ciò che provo, calpesti la mia sensibilità.

Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu pensi di doverti adoperare per risolvere il mio problema, mi hai frainteso per quanto strano possa sembrarti.

Ascolta! Chiedo soltanto di essere ascoltato. Non parlarmi, non agire...ascoltami soltanto. I consigli? Roba scadente. Con pochi soldi potrai trovarli su qualsiasi rotocalco. Io posso farcela da solo. Non sono indifeso. Avvilito si, forse anche esitante, ma non sono privo di risorse.

Quando fai per me ciò ch'io potrei fare da me, aggravi i miei timori e il mio senso di inadeguatezza. Ma quando semplicemente acccetti che io provo ciò che provo, per quanto assurdo possa sembrarti, allora posso smettere di convincere te e adoperarmi per capire cosa cova sotto questo mio sentimento irrazionale.

E quando finalmente colgo l'invisibile anche le risposte si palesano e non mi servono consigli. I sentimenti irrazionali acquistano significato quando si comprende ciò che nascondono.

Forse è per questo che la mia preghiera funziona a volte, con alcuni...perchè Dio è muto e non dà consigli. Non corregge. Lui (o Lei) ascolta soltanto e ti lascia fare il tuo lavoro per arrivare a comprendere da solo.

Dunque, ti prego, ascolta e senti ciò che dico e se anche tu vuoi parlarmi, lasciami finire. Aspetta, tra un attimo sarà il tuo turno e allora sarò io ad ascoltarti.


Bellissima !!


Luciana

giovedì 4 dicembre 2008

Il doppio legame

Ho trovato questo articolo su wikipédia, e mi sembra molto interessante, te lo voglio proporre, buona lettura.

Il doppio legame
(detto anche doppio vincolo, in originale: double bind)

è un concetto psicologico elaborato dall'antropologo e pensatore Gregory Bateson, e utilizzato in seguito da altri membri della cosiddetta scuola di Palo Alto.

Il doppio legame indica una situazione in cui, tra due individui uniti da una relazione emotivamente rilevante, la comunicazione dell'uno verso l'altro presenta una incongruenza tra il livello del discorso esplicito (quel che vien detto) e un ulteriore livello metacomunicativo (come possono essere i gesti, gli atteggiamenti, il tono di voce), e la situazione sia tale per cui il ricevente il messaggio non abbia la possibilità di decidere quale dei due livelli, che si contraddicono, accettare come valido, e nemmeno di far notare a livello esplicito l'incongruenza.

Come esempio Bateson riporta l'episodio della madre che, dopo un lungo periodo, rivede il figlio, ricoverato per disturbi mentali. Il figlio, in un gesto d'affetto, tenta di abbracciare la madre, la quale si irrigidisce; il figlio a questo punto si ritrae, al che la madre gli dice: "Non devi aver paura ad esprimere i tuoi sentimenti".

Nonostante a livello di comunicazione implicita (il gesto di irrigidimento) la madre esprima rifiuto per il gesto d'affetto del figlio, a livello di comunicazione esplicita (la frase detta in seguito), la madre nega di essere la responsabile dell'allontanamento, alludendo al fatto che il figlio si sia ritratto non perché intimorito dall'irrigidimento della madre, ma dai suoi stessi sentimenti; il figlio, colpevolizzato, si trova impossibilitato a rispondere.

Bateson, rifacendosi anche ai suoi studi sui livelli di apprendimento, ipotizza come possibile causa della schizofrenia l'esposizione cronica a situazioni di doppio legame in ambito familiare, in particolare nei rapporti con la madre.
Tale esposizione comporterebbe nello schizofrenico l'incapacità di saper valutare correttamente i legami tra comunicazione esplicita ed implicita adoperati dalle persone normali. Ad esempio, lo schizofrenico, posto di fronte a semplici domande quali "come stai oggi?", "cosa stai facendo?", non riuscirebbe ad accettarle come domande prive di doppi fini non contraddittori.

Oltre al doppio legame come situazione patogena, Bateson propone l'uso, in psicoterapia, di forme di doppio legame "positivo", in grado di sbloccare le situazioni di discomunicazione in cui lo schizofrenico precipita costantemente.

Luciana

lunedì 1 dicembre 2008

Abitare interi con sé

Abitare interi con sé

Scopri il disagio nascosto

Le due più frequenti forme di distorsione nel comunicare sono il gioco delle maschere e la proiezione, cioè la tendenza psicologica a proiettare fuori di te ciò che non ti piace e a rovesciare sull’altro il negativo che non sopporti dentro di te. Paradossalmente il nemico è ciò che non vuoi accettare dentro di te.

È un principio di sanità fisica, psichica e spirituale accettare le proprie ombre: memorie malate, limiti, peccati.

Schizofrenia: schizo = spezzo e frenos = cuore. È una esperienza esistenziale da capire e da guarire. È un meccanismo di difesa da situazioni insostenibili, senza uscita, dal doppio-legame, dal ruolo del capro espiatorio, dallo scacco.

Schizofrenico è chi ha il cuore spezzato, chi si isola da esperienze disturbanti, stressanti che provengono dal sistema-famiglia, dal sistema-società.

Scopri i mille trucchi, mille stratagemmi, anche inconsci, coi quali dentro di te dividi la parte buona da quella cattiva: tieni quella buona per te e getti quella cattiva addosso gli altri; costruisci il colpevole, il capro espiatorio, il nemico (Eva: “La colpa non è mia, è del serpente di turno”; Caino: “È colpa di Abele se non sono valorizzato”).

Scopri gli atteggiamenti stravaganti e le distorsioni bizzarre che hai creato per controllare i problemi ritenuti senza soluzione; ti proteggi dall’annientamento usando tutti i mezzi: proietti, introietti, scindi, rifiuti, rimuovi… .

Chissà che dal viaggio schizofrenico tu possa ritornare alla normalità rinnovato, con una sapienza più grande.

Come guarire? Donati tempo per rilassarti; diventa consapevole di quanto avviene dentro di te, con l’aiuto di una guida sapiente e di chi ha già superato quest’esperienza; evita la cerimonia di degradazione, la trafila burocratica, la perdita umiliante della tua libertà.

Schizofrenia era definita demenza precoce: una malattia lenta e insidiosa che riguardava in particolare i giovani. <> R. D. Laing – “La politica dell’esperienza”.

Nella vita normale tutti possiamo vivere piccole esperienze di schizofrenia. Ora sai come puoi gestirle.

Ti auguriamo di vivere il messaggio: “Scopri il disagio nascosto”!

Gli amici del Villaggio

piccolo principe counseling

giovedì 27 novembre 2008

Il sequestro dell'amigdala


Il sequestro dell'amigdala

Noi tutti abbiamo avuto a che fare con l’amara esperienza della perdita del controllo emozionale... Cercate di ricordarvene qualcuna e in modo particolare soffermatevi a quello che maggiormente è rimasta impressa nella vostra mente per la sua carica emotiva.

Nei nostri cuori soggiacciono ferite emozionali attive, che al minimo sussulto sismico (esperienze che la vita comporta) emergono con una forte carica emotiva paragonabile alla potenza di un vulcano in eruzione, provocando, il più delle volte, danni irreparabili a noi stessi e alle persone che più amiamo. Gli aspetti di un io bisbetico, irrequieto, insaziabile, volubile, capriccioso, offeso, timido, pauroso, frustrato, ribelle, testardo, sottomesso, aggressivo egocentrico, passionale, paragonabili al magma, al gas, ai vapori, allo zolfo e ai prodotti piroclastici di un vulcano, costituiscono uno stato latente o palese di situazioni molto pericolose endogene ed esogene della persona.

Perché? Come mai? Che cosa succede nella nostra mente? Dove avviene questo processo di reazione emozionale fuori dalla norma e che erroneamente cerchiamo di giustificare con accuse?

L’amigdala è un centro del sistema limbico del cervello. Il termine deriva dalla parola greca che significa mandorla. É un gruppo di strutture interconnesse, a forma appunto di mandorla, posto sopra il tronco cerebrale, vicino alla parte inferiore del sistema limbico.

Il sistema limbico è il punto centrale del sistema regolare endocrino, vegetativo e psichico; elabora stimoli provenienti dall’interno del corpo e dall’esterno. Descrive le strutture cerebrali che si trovano al confine tra l’ipotalamo e le strutture connesse, da un lato, la corteccia cerebrale dall’altro.

L’amigdala, ne abbiamo due, è specializzata nelle questioni emozionali. Se viene resecata dal resto del cervello, il risultato è una evidentissima incapacità di valutare il significato emozionale degli eventi, conseguentemente si diventa cechi affettivamente (cecità affettiva).

L’amigdala funzione come un archivio della memoria emozionale ed è quindi depositaria del significato stesso degli eventi; la vita senza l’amigdala è un’esistenza spogliata di significato personale.

All’amigdala è legato qualcosa di più dell’affetto: tutte le passioni dipendono da essa. Le lacrime, un segnale emozionale esclusivo degli esseri umani, sono stimolate da essa. Asportando o resecandola negli animali, questi perdono ogni impulso a cooperare o a competere e non provano più rabbia o paura.
1. L’amigdala è un grilletto molto sensibile.

I segnali di entrata provenienti dagli organi di senso consentono all’amigdala di analizzare ogni esperienza andando, per così dire, a ‘caccia di guai’. É una sentinella psicologica che scandaglia ogni situazione e ogni percezione, sempre guidata da un unico interrogativo, il più primitivo: E’ qualcosa che odio? Qualcosa che mi ferisce? Qualcosa che temo? Se la risposta è affermativa - se in qualche modo la situazione profila un «Si» - l’amigdala scatta immediatamente, come un sorta di grilletto neurale e reagisce telegrafando un messaggio di crisi a tutte le parti del cervello.

Nell’architettura cerebrale, l’amigdala è come una di quelle centraline programmate per inviare chiamate di emergenze ai vigili del fuoco, alla polizia... ogni qualvolta il sistema di allarme istallato all’interno di un’abitazione o di una banca segnali un problema.

Quando scatta l’allarme della paura, ad esempio, l’amigdala invia messaggi di emergenza e tutte le parti principali del cervello; stimola la secrezione degli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga, mobilita i centri del movimento e attiva il sistema cardiovascolare, i muscoli e l’intestino. Altri segnali vengono dati per secernere piccole quantità di adrenalina, oppure al tronco cerebrale, facendo assumere al volto un’espressione spaventata, ecc. Simultaneamente, i sistemi mnemonici corticali vengono riorganizzati con precedenza assoluta per richiamare ogni informazione utile nella situazione di emergenza contingente.

Nell’architettura del cervello l’amigdala ha una posizione privilegiata in qualità di sentinella delle emozioni capace all’occorrenza di sequestrare il cervello.

Gli input sensoriali provenienti dall’occhio o dall’orecchio viaggiano dapprima diretti al talamo e poi servendosi di un circuito monosinaptico all’amigdala (esiste un fascio molto sottile di fibre nervose che vanno direttamente all’amigdala); un secondo segnale viene poi inviato dal talamo alla neocorteccia - il cervello pesante o pensante. Questa ramificazione permette all’amigdala di cominciare a rispondere prima della neocorteccia.

Quest’ultima, infatti, elabora le informazioni attraverso vari livelli di circuiti cerebrali prima di poterle percepire in modo davvero completo e di formulare infine una risposta, che risulta quindi molto più raffinata rispetto a quella dell’amigdala.
2. L’amigdala è specialista della memoria emozionale.

Le nostre emozioni hanno una mente che si occupa di loro e che può avere opinioni del tutto indipendenti da quelle della mente razionale.

L’ippocampo (parte del lobo temporale) - per lungo tempo considerato la struttura chiave del sistema limbico - è coinvolto nella registrazione e nella comprensione degli schemi percettivi più che non nelle reazioni emotive - come in un computer.

La principale funzione dell’ippocampo sta nel fornire un ricordo particolareggiato del contesto, vitale per il significato emozionale; è l’ippocampo che riconosce il diverso significato, tanto per fare un esempio, di un orso visto allo zoo o nel cortile di casa.

Mentre l’ippocampo ricorda i fatti nudi e crudi, l’amigdala ne trattiene, per cosi dire, il sapore emozionale. Ad esempio: nel caso in cui avessimo fatto un sorpasso rischioso tale da creare un certa paura, l’amigdala, da quel momento in poi, ogni qualvolta che, in qualche modo, ci si ritrova in circostanze simili, ci fa sentire ansiosi. L’ippocampo è fondamentale per riconoscere in un volto quello di tua cugina. Ma è l’amigdala ad aggiungere che ti è proprio antipatica.
3. Meccanismi di allarme neurale e associazioni

In quanto archivio della memoria emozionale, l’amigdala analizza l’esperienza corrente, confrontando ciò che sta accadendo nel presente con quanto già accaduto nel passato. Il suo metodo di confronto è associativo: quando la situazione presente e quella passata hanno un elemento chiave simile, l’amigdala lo identifica come una associazione.

Ecco perché questo circuito è, per cosi dire, sciatto: agisce prima di avere una piena conferma. Ci comanda precipitosamente di reagire ad una situazione presente secondo modalità fissate molto tempo fa, con pensieri, emozioni e reazioni apprese fissate in risposta ad eventi forse solo vagamente analoghi - e tuttavia abbastanza simili da metterla in allarme.

Perché essa dichiari lo stato di emergenza basta solo che pochissimi elementi della situazione presente ricordino quelli di una passata circostanza pericolosa. Il guaio che oltre ai ricordi, carichi di valenze emozionali, che hanno il potere di scatenare questa risposta di crisi, possono anche essere superate le modalità di reazione. In tali momenti, l’imprecisione del cervello è aumentata anche dal fatto che molti vividi ricordi emozionali risalgono ai primi anni di vita e riguardano il rapporto fra il bambino e chi si prendeva cura di lui. Questo è vero soprattutto per gli eventi traumatici, ad esempio se un piccolo veniva percosso o apertamente trascurato.

L’amigdala può reagire con delirio di collera o di paura prima che la corteccia sappia che cosa sta accadendo, e questo perché l’emozione grezza viene scatenata in modo indipendente dal pensiero razionale, e prima di esso.
4. Il centro che controlla le nostre emozioni

Mentre l’amigdala lavora per scatenare una reazione ansiosa e impulsiva, altre aree del cervello emozionale si adoperano per produrre una risposta correttiva, più consona alla situazione. L’interruttore cerebrale che smorza gli impulsi sembra trovarsi all’estremo di un importante circuito diretto alla neocorteccia - precisamente ai lobi prefrontali o frontali.

Quest’area cerebrale neocorticale consente di dare ai nostri impulsi emotivi una risposta più analitica o appropriata, modulando l’amigdala e le altre aree limbiche. Quando si scatena un’emozione, nel giro di qualche istante i lobi prefrontali eseguono la reazione che ritengono migliore fra una miriade di possibilità, in base al criterio del rapporto rischio/beneficio… ad esempio: quando attaccare, quando darsi alla fuga e anche quando calmarsi, persuadere, cercare comprensione, tergiversare, provocare sensi di colpa, piagnucolare, indossare una maschera di spavalderia, essere sprezzanti, ecc.

La neocorteccia è al lavoro tutte le volte che registriamo una perdita e ci rattristiamo, o ci sentiamo felici dopo un trionfo, o ci maceriamo rimuginando su qualcosa che qualcuno ha detto o ha fatto facendoci sentire feriti o in collera.

Tratto dal libro del Dr. D. Goleman

Luciana

martedì 18 novembre 2008

Scuola di Palo Alto

IL LINGUAGGIO DEL CAMBIAMENTO
SCUOLA DI PALO ALTO (CALIFORNIA): PAUL WATZLAWICK (1921-2007).


Un omaggio di Umberto Galimberti - a cura di pfls
domenica 8 aprile 2007.

[...] Le tesi centrali che sono alla base del pensiero di Watzlawick sono: in primo luogo che la nevrosi, la psicosi e in generale le forme psicopatologiche non originano nell’individuo isolato, ma nel tipo di interazione patologica che si instaura tra individui, in secondo luogo che è possibile, studiando la comunicazione, individuarne le patologie e dimostrare che è la comunicazione a produrre le interazioni patologiche [...]


Watzlawick, se le idee si ammalano
di Umberto Galimberti (la Repubblica, 04.04.2007)


Paul Watzlawick, morto ieri nella sua casa di Palo Alto in California all’età di 85 anni, è lo psicologo che meglio di tutti è riuscito a coniugare i problemi della psiche con quelli del pensiero e quindi a sollevare le tematiche psicologiche al livello che a loro compete, perché ad “ammalarsi” non è solo la nostra anima, ma anche le nostre idee che, quando sono sbagliate, intralciano e complicano la nostra vita rendendola infelice. E proprio Istruzioni per rendersi infelici, che Feltrinelli pubblicò nel 1984 facendo undici edizioni in due anni, è stato il libro che ha reso noto Watzlawick in Italia al grande pubblico.


Nato a Villach, in Austria, nel 1921, Watzlawick nel 1949 ha conseguito all’Università di Venezia la laurea in lingue moderne e filosofia. L’anno successivo prese a frequentare l’Istituto di Psicologia analitica di Zurigo dove nel 1954 conseguì il diploma di analista. Dal 1957 al 1960 ottenne la cattedra di psicoterapia presso l’Università di El Salvador e dal 1960 si trasferì al Mental Research Institute di Palo Alto dove lavorò con Don D. Jackson, Janet Helmick Beavin e Gregory Bateson, diventando il massimo studioso della pragmatica della comunicazione umana, delle teorie del cambiamento, del costruttivismo radicale e della teoria breve fondata sulla modificazione delle idee con cui ci costruiamo la nostra “immagine” del mondo, spesso dissonante con la “realtà” del mondo.


Le tesi centrali che sono alla base del pensiero di Watzlawick sono: in primo luogo che la nevrosi, la psicosi e in generale le forme psicopatologiche non originano nell’individuo isolato, ma nel tipo di interazione patologica che si instaura tra individui, in secondo luogo che è possibile, studiando la comunicazione, individuarne le patologie e dimostrare che è la comunicazione a produrre le interazioni patologiche.


A un individuo può capitare infatti di trovarsi sottoposto a due ordini contraddittori, convogliati attraverso lo stesso messaggio che Watzlawick chiama “paradossale”. Se la persona non riesce a svincolarsi da questo doppio messaggio la sua risposta sarà un comportamento interattivo patologico, le cui manifestazioni siamo soliti chiamare “follia”. Questa analisi, ben descritta in Pragmatica della comunicazione umana non si limita a un’interpretazione dei meccanismi interattivi, ma scopre procedimenti pragmatici o comportamentali che consentono di intervenire nelle interazioni e di modificarle. “Paradossalmente” è proprio con l’iterazione di doppi messaggi o di messaggi paradossali, nonché con la “prescrizione del sintomo” e altri procedimenti di questo tipo che il terapeuta riesce a sbloccare situazioni nevrotiche o psicotiche apparentemente inespugnabili.


Partendo da queste premesse Watzlawick intende la terapia non come “guarigione”, ma come “cambiamento” a cui ha dedicato Il linguaggio del cambiamento, Il codino del Barone di Münchhausen e, con Giorgio Nardone L’arte del cambiamento. Secondo Watzlawick sono distinguibili due realtà, una delle quali è supposta oggettiva ed esterna, e un’altra che è il risultato delle nostre opinioni sul mondo. Ogni persona deve sintetizzare queste due realtà ed è questa sintesi che determina convinzioni, pregiudizi, valutazioni e distorsioni dovute al fatto che il mondo della razionalità è controllato dall’emisfero cerebrale sinistro che ci consente di interpretare la realtà oggettiva in termini razionali secondo una logica metodologica. Ma questa è spesso in conflitto con l’attività dell’emisfero destro da cui nascono fantasie, sogni e idee che possono sembrare illogiche e assurde.


Il linguaggio della psicoterapia deve intervenire sull’emisfero destro perché in esso l’immagine del mondo è concepita ed espressa, e, mutandone la grammatica attraverso paradossi, spostamenti di sintomi, giochi verbali, prescrizioni, si determina il cambiamento dell’immagine del mondo che è alla base della sofferenza psichica.


La rivoluzione non è da poco, perché smentisce la persuasione comune secondo cui, a partire dalla nascita la realtà non può che essere “scoperta”. No, dice Watzlawick ne La realtà inventata. Il costruttivismo, che è alla base della sua concezione sostiene che ciò che noi chiamiamo realtà è un’interpretazione personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e l’esperienza. La realtà non verrebbe quindi “scoperta”, ma “inventata”.


Da queste invenzioni nascono “stili di vita” che rendono ciechi non solo gli individui, ma interi sistemi relazionali umani (famiglia, aziende, sistemi sociali e politici) nei confronti di possibilità alternative. Con molti esempi Watzlawick mostra nei suoi libri come attraverso una nuova formulazione di vecchie immagini del mondo possano sorgere nuove “realtà”. E così la psicologia incomincia a respirare. Oggi a raccogliere questo respiro è la consulenza filosofica che spero annoveri presto Watzlawick tra i suoi precursori e, sulla sua traccia, approfondisca quella terapia delle idee che, inosservate dalla psicologia, sono spesso la causa delle sofferenze dell’anima.


domenica 16 novembre 2008

Saint-Exupéry: la ballerina e lo studioso


Lo scrittore racconta l'amore impossibile tra una danzatriceprostituta
e un cliente


Saint-Exupéry: la ballerina e lo studioso
Raccolti in un volume novelle, lettere, frammenti dal 1925 al '43 dell'autore de
«Il piccolo principe»


Antoine de Saint-Exupéry (Epa)
L'amore tra una ballerina prostituta e un cliente intellettuale. La Parigi notturna degli anni Venti, la
noia nascosta dietro le luci soffuse dei café-chantant, uomini alla deriva e donne in cerca di riscatto:
personaggi e ambienti che riaffiorano in questi inediti di Antoine de Saint-Exupéry, scritti tra il
1925 e il 1943. «Manon, ballerina» (di cui pubblichiamo alcuni estratti) è il primo racconto che dà il
titolo a questo volume in libreria da mercoledì prossimo per Bompiani (testi a cura di Alban
Cerisier e Delphine Lacroix, traduzione di Anna D'Elia, pp. 238, e 18) e che contiene anche il
racconto L'aviatore e altri materiali, frammenti, riflessioni, lettere. Tra queste le più interessanti
sono quelle all'ex fidanzata Loulou (Louise de Vilmorin), che, con il racconto «Manon, ballerina»,
fanno scoprire un volto finora sconosciuto dell'autore del Piccolo principe. Qui, infatti, l'aviatore
rivela toni da mélo, un afflato sentimentale che, scrive Cerisier nella prefazione, «risuona ancora di
fremiti adolescenziali». (Cr. T).

Il fumo delle sigarette la soffoca, il passo dei camerieri l'assilla: s'affrettano, da un capo all'altro
dell'anno. E il barman, assorto nella digestione dei suoi pensieri, e i ballerini... Lì ce n'è uno
languido, i gesti molli a forza di stringere solo donne — quando ballano gli s'attaccano all'anima —
e là uno greve, che da buon sensale viene a scegliersi... E lo champagne. Lo champagne è simbolo
di gioia, sì, come i festoni dei compleanni, le bandierine come corna sugli autobus... che
invenzione!

Passa un cameriere in giacca bianca, il tovagliolo a mo' di sciarpa, le sfiorano sempre il tavolo sotto
il naso, appena il tempo di bisbigliarle: «Quello grosso, là in fondo... mi ha chiesto come ti chiami...
banchiere». E lei che fa, si alza? Ogni dieci minuti va in bagno a rifarsi il trucco. Si fanno due
chiacchiere con l'addetta ai bagni. E lì il cuore si scioglie, e allora si dice: «Ne ho piene le tasche...».
Un'oasi di tranquillità: quella riesce a lavorarci a maglia. Si direbbe proprio una quinta di teatro, no?
Ma lì dentro, ci si rilassa davvero? Quelle già sciupate diventano brutte: il collo, i fianchi cedono. A
quel punto si dice: «E sì, vecchia mia...» e ci si lancia nelle danze. E la sala che s'attraversa: si
camuffa tutta la propria debolezza, tutta la vergogna, sotto la spocchia.

****

Hanno pranzato e cenato insieme. Il cameriere serve il caffè e adesso lei tiene d'occhio l'uomo. È a
questo punto che diventano distratti, che abbassano la nuca. All'inizio, per loro, il desiderio è triste,
come un giogo. Si calmano solo quando hanno la certezza di possedere.

Rientriamo? Lei sorride un po' inquieta, un po' languida... Lui apre la porta e la fa entrare. Lei
compie, lì dentro, i suoi primi passi: una stanza è sempre una gabbia. Lei si siede ai piedi del letto.
Il lenzuolo aperto vi disegna una ferita fresca, di un biancore accecante. L'uomo la prende
dolcemente per le spalle... «Mi lasci abituare...». Il respiro di Manon si accelera.

Controllando la voce, lui dice: «Amore mio...». Quelle parole la turbano. Lì, in quella stanza piena
di libri, dai mobili pesanti, una stanza solida come la cabina di una nave... be', non è la stessa cosa.
Un ritratto... la moglie, forse... quanto tempo? Vent'anni, forse? Lì dentro si è ben sistemati come


per affrontare un viaggio infinito... è un mondo a sé. Non è una di quelle camere d'albergo dove non
si lascia traccia, da cui si esce con il fiato appena un po' grosso, né una di quelle garçonnière dove
tutto è troppo fragile per serbare impronte... Lì dentro lei si vede improvvisamente come una povera
cosa sgualcita, sciupata... e poi non le deve dire... Amore mio... «Sarei io il suo amore, signore?
Bell'amore! Non sa neanche chi sono...». Lui l'interroga con lo sguardo. «Una semplice ballerina,
vede... certo che non posso vivere solo di ballo!». Lei è terribilmente scoraggiata. Lui sussurra:
«Povera ragazzina », accarezzandole i capelli con dita distratte.

Manon avverte oscuramente che lui non ascolta; che è indifferente alla sua ultima confidenza.
L'avrebbe allontanato o avvicinato a sé, poco prima, ma adesso... Allora non è altro, per lui, che un
oggetto, come per gli altri? Sconfortata, gli dice: «Sono fatta per gli uomini, io». Lui la prende tra le
braccia e la culla. Se solo potesse cullarla così, semplicemente, a lungo... lui le ha regalato un
giorno di vacanza, le ha parlato come un amico. E lei ha imparato, studiosa, tante cose. Se solo
potesse rimanere così, semplicemente. Lei azzarda, impaurita, una confidenza: «Sogno di avere un
amico; ne avevo uno, una volta, e quando ero triste glielo dicevo, e anche lui...». Lui la bacia. «No,
non sulle labbra... — perché ragazzina? — Sulla guancia, è più dolce». Lei si stringe contro la sua
spalla. Ma lui si porta dietro il peso della noia che l'ha schiacciato al risveglio. Ha bisogno di
perdersi. Nell'amplesso tutto viene inghiottito, rimpianti, desideri... dopo l'amplesso non esiste più
nulla.

Mentre lei si sveste, spunta una spalla nuda, una spalla luminosa. Lui ci appoggia sopra la testa. Lei
gli offre il suo calore, la sua vita... «Il mio piccolo, dolce animaletto...». Lo ripete ostinatamente,
adesso.

Manon sente aumentare lo sconforto: gli uomini sono pazzi ed ecco che questo è uguale agli altri,
con i suoi gesti pieni di attenzioni, ma assurdi, con le sue frasi smozzicate... gli uomini...

Non capisci il loro sguardo. Non capisci cosa desiderano. Senza saperlo puoi far passare sui loro
volti il dolore, il piacere, persino l'odio. Non sai quale oscura immagine ricompongano, come fare
ad aiutarli... gli uomini sono pazzi!

Lei ricomincia, timorosa: «No... restiamo amici... ». Spera ancora tanto in quella pace. «Signore, le
sono debitrice di una giornata così dolce...». Le sue dita formano sul viso dell'uomo una fragile
carezza, una fragile barriera. Ma lui, a voce bassissima: «Dammi ciò che desidero, dammi...» Lei si
torce le mani: «Ma questo è il mio mestiere! Se sei uno spazzino, spazzi tutto il giorno, finalmente
hai un giorno di vacanza... vai a trovare un amico, tutta felice, e quello ti fa: "To' divertiti un po'
spazzare!" ». Manon si mette a piangere. Ma lui, con voce più sorda: «Oggi non è giornata, tu non
puoi sapere, dammi quel che desidero...». Allora lei incrocia le mani sul petto, piccola preda
incosciente, quasi casta. «Sono fatta per consolare l'uomo, ma non ho il diritto di dimenticare».
Rimarrà così, inerte. Sulle sue labbra per qualche istante compare la sofferenza, poi i suoi occhi si
aprono su quella stanza robusta, massiccia, costruita per le unioni feconde, per i momenti solenni
della vita. Avrebbe potuto esserne purificata, maturata... «Sono una piccola cosa sgualcita,
insozzata, sono... sono...». Non è nemmeno più triste. È la vita.

Antoine de Saint-Exupéry
16 novembre 2008

Piccolo-Principe-Counseling

Artcolo tratto da "Il Corriere della Sera"