giovedì 16 aprile 2009

LA COMUNICAZIONE EFFICACE

LA COMUNICAZIONE EFFICACE SECONDO THOMAS GORDON
di Maurizio D'Agostino
martedì 17 maggio 2005

UNIVERSITA’ DI CATANIA
FACOLTA’ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE
Dispensa per gli studenti
TIROCINIO INTERNO
LA COMUNICAZIONE EFFICACE SECONDO THOMAS GORDON
di Maurizio D’Agostino
In Italia oggi esistono corsi di formazione della Gordon Training International (G.T.I.), una società con finalità educative fondata dal Dr. Thomas Gordon, allievo di Carl Rogers, ed ha sede a Solana Beach (California). Essa è impegnata nella progettazione e diffusione di programmi di formazione volti ad accrescere l’efficacia personale e migliorare le relazioni interpersonali. Grazie ai numerosi istruttori che diffondono questi programmi in oltre 25 nazioni, la G.T.I è probabilmente l’organizzazione più vasta nel campo dell’educazione alla relazione. In Italia i programmi di Gordon Training International sono realizzati dall’Istituto dell’Approccio Centrato sulla Persona (I.A.C.P.), unico istituto autorizzato. I corsi sul metodo Gordon sono dei corsi brevi e in Italia sono attivi i corsi Genitori Efficaci (P.E.T.), Insegnanti Efficaci (T.E.T.), Giovani Efficaci (Y.E.T.), Leader Efficaci (L.E.T.) e Persone Efficaci. Nel loro insieme questi corsi costituiscono una valida e coerente proposta di apprendimento nel campo delle competenze relazionali basilari applicabili in ambito lavorativo, scolastico e formativo in generale.

Entriamo nei contenuti dei training di T.Gordon.

IL RETTANGOLO DEL COMPORTAMENTO
Per ogni persona con cui siamo in rapporto ci formiamo una "finestra percettiva" attraverso cui osserviamo i suoi comportamenti. Ne abbiamo una diversa per ogni persona con cui siamo in rapporto. Questa "finestra percettiva" noi la chiamiamo "Rettangolo del comportamento".
Per "comportamento" si intende qualcosa che possiamo udire o vedere concretamente, non il nostro giudizio su quella persona. Un modo molto utile per identificare il comportamento è chiedersi: "Potrei fotografarlo o inciderlo su nastro? Potrei ascoltarlo alla radio o vederlo alla TV ?" Non si può fotografare un "irresponsabile" o ascoltarlo al registratore.
Dunque, una prima abilità da sviluppare è quella di imparare a discriminare i comportamenti dai giudizi.
Tutte le persone si trovano a vivere di volta in volta due sentimenti diversi nelle relazioni interpersonali: accettazione e non accettazione. Ci saranno comportamenti di un figlio, di un alunno, del partner, di un insegnante ecc. che saranno accettabili ed altri saranno non accettabili.

RETTANGOLO DEL COMPORTAMENTO

TUTTI I
COMPORTAMENTI
Comportamenti accettabili
Comportamenti inaccettabili
La linea non è statica; si muove su e giù, spesso molto rapidamente nel corso di una giornata; varia da persona a persona. Nessuno può accettare tutto incondizionatamente. Due persone possono vedere lo stesso comportamento in modo diverso.
I tre fattori che influenzano il livello di accettazione sono:

Fattori interni alla persona: la personalità specifica, stato d’animo, condizioni di salute, impegni di lavoro, ecc. Cioè possono esserci variazioni ad esempio nel mio stato d’animo, indipendenti dal comportamento dell’altro, che possono influire sulla mia accettazione o non accettazione di tale comportamento. la personalità specifica, stato d’animo, condizioni di salute, impegni di lavoro, ecc. Cioè possono esserci variazioni ad esempio nel mio stato d’animo, indipendenti dal comportamento dell’altro, che possono influire sulla mia accettazione o non accettazione di tale comportamento.
Ad esempio, se vinco alla lotteria, ottengo una promozione o semplicemente passo una splendida giornata, posso sentire di accettare quasi tutto quello che mio figlio fa o dice.

l'ambiente: il luogo in cui si svolge il comportamento può determinare i miei sentimenti di accettazione o il luogo in cui si svolge il comportamento può determinare i miei sentimenti di accettazione o
non accettazione. Per esempio, mentre mi va benissimo che i bambini giochino a pallone in cortile, probabilmente non mi andrà bene che lo facciano in salotto.

l’altro: i miei sentimenti di accettazione variano ad esempio da un figlio all'altro, a seconda dell'età, personalità, sesso, ecc. , di questo ultimo. : i miei sentimenti di accettazione variano ad esempio da un figlio all'altro, a seconda dell'età, personalità, sesso, ecc. , di questo ultimo.

L’Area di accettazione può essere ulteriormente suddivida per rappresentare due tipi diversi di comportamento. In primo luogo, l’altra persona (che può essere un figlio, un alunno, ecc.) può assumere un comportamento che non vi da problemi, cioè non ci sono problemi di relazione (area non problematica).
In questa stessa area si possono collocare quei comportamenti che non sono problematici per voi, ma segnalano la presenza di un problema nell’altro. È lui/lei che ha un problema, che vive un’esperienza. Il problema è suo, non vostro. Allora, forse vorrete aiutarlo a risolvere il suo problema.



Comportamenti accettabili
L’altra persona è in difficoltà, ha un problema
Comportamenti accettabili
Area non problematica:
è la situazione ideale per l’insegnamento/apprendimento
Comportamenti inaccettabili
Voi siete in difficoltà, avete un problema

Lo scopo dei training Gordon è quello di fare acquisire le competenze necessarie per ridurre il più possibile le due aree problematiche nella relazione interpersonale. Di conseguenza, l’Area non problematica diventa più grande. L’Area non problematica rappresenta tutte le volte in cui potete stare con l’altro insieme in modo piacevole e vantaggioso per entrambi.

LE ABILITà DI AIUTO
Una abilità fondamentale da sviluppare è quella di imparare a individuare di chi è il problema.
Bisogna ricordare che un comportamento è accettabile se potete dire: "Mi piace, lo accetto, sono a mio agio, non mi sento minacciato, irritato, arrabbiato, deluso; posso accettare che l’altro sia com’è; mi sento neutrale; i miei bisogni sono soddisfatti".
Un comportamento è inaccettabile quando potreste dire: "Non mi piace, non lo accetto; mi sento minacciato (o irritato, arrabbiato, spaventato, deluso); voglio che i miei bisogni vengano soddisfatti.quando potreste dire: "Non mi piace, non lo accetto; mi sento minacciato (o irritato, arrabbiato, spaventato, deluso); voglio che i miei bisogni vengano soddisfatti.

Alcune abilità che si insegnano nel corso Gordon "Genitori efficaci" quando in una relazione il problema è dell’altro sono:
l. Imparare a capire quando i figli si trovano in difficoltà: riconoscere segni e sintomi.
2. Imparare a svolgere un’efficace funzione d'aiuto rispetto al figlio in difficoltà.
3. Imparare a distinguere i fattori che aiutano da quelli che non aiutano un figlio in difficoltà.
4. Imparare ad evitare le 12 tipologie di risposte non facilitanti quando i genitori andranno in aiuto dei loro figli.
5. Si eserciteranno nelle abilità di ascolto necessarie all’elaborazione del problema del figlio.
6. Impareranno come aiutare il figlio a risolvere autonomamente i propri problemi.

ABILITA’ COMUNICATIVE RELATIVE ALL’AREA PROBLEMATICA DELL’ALTRO

le barriere della comunicazione
Quando i figli/alunni/l’altro hanno un problema, di frequente i genitori/insegnanti si intromettono cercando di aiutarli con dei "buoni consigli", con dei "suggerimenti" tratti dalla loro stessa esperienza o invitandoli a riconoscere la realtà dei "fatti" ed ad attenersi ad essa. Nonostante le buone intenzioni, spesso questi tentativi creano più problemi di quanti ne risolvano e finiscono per bloccare la voglia di comunicare nello figlio/alunno. Questi tentativi vengono definiti "metodi tradizionali di aiuto" o "barriere della comunicazione" e sono dodici:
1. dare ordini, comandare, dirigere;
2. minacciare, ammonire, mettere in guardia;
3. moralizzare, far prediche;
4. offrire soluzioni, consigli, avvertimenti;
5. argomentare, persuadere con la logica;
6. giudicare, criticare, biasimare;
7. fare apprezzamenti, manifestare compiacimento;
8. ridicolizzare, etichettare, usare frasi fatte;
9. interpretare, analizzare, diagnosticare;
10. rassicurare, consolare;
11. indagare, investigare;

cambiare argomento, minimizzare, ironizzare.

L’ASCOLTO PASSIVO E ATTIVO
Per non incorrere nel pericolo di reagire verbalmente usando delle "barriere" che comunicano la non accettazione del problema del figlio/alunno, Gordon consiglia la tecnica dell’ascolto attivo.
Carl Rogers è giunto a individuare le caratteristiche o condizioni che devono essere presenti affinché una persona in difficoltà si senta aiutata. Quest’ultima deve sentire che chi si offre di aiutarla è una persona:
1. Accettante: mi lascia essere quello che sono, con il mio modo di pensare, sentire, parlare e agire. Non mi chiede di essere diverso o di cambiare i miei sentimenti.mi lascia essere quello che sono, con il mio modo di pensare, sentire, parlare e agire. Non mi chiede di essere diverso o di cambiare i miei sentimenti.
2. Empatica: Mi comprende davvero, intuisce i miei veri sentimenti, mi fa capire che mi sta ascoltando con attenzione. Sa mettersi nei miei panni e mi comunica la sua percezione di quell’esperienza.Mi comprende davvero, intuisce i miei veri sentimenti, mi fa capire che mi sta ascoltando con attenzione. Sa mettersi nei miei panni e mi comunica la sua percezione di quell’esperienza.
3. Autentica: antepone la sincerità, l'onestà e la genuinità all’assunzione di un ruolo. antepone la sincerità, l'onestà e la genuinità all’assunzione di un ruolo.
Negli ultimi vent'anni i ricercatori nel campo delle professioni d’aiuto si sono chiesti come comunicare efficacemente con chi vive in uno stato di disagio, di angoscia, di frustrazione.
Oggi sappiamo quali competenze sono necessarie per aiutare veramente una persona in difficoltà.

ABILITA’ NON VERBALI

Ascolto Passivo

Intenzione

Attenzione

Silenzio

Cenni di conferma
Frasi invito o apriporta

Dimmi pure..

Vuoi dirmi che...

Continua pure

Mmhm...mmhm

Certo...
ABILITA’ VERBALI
Ascolto attivo
Il silenzio, i cenni di attenzione, le espressioni facilitanti hanno dei limiti; limitano notevolmente l’interazione; chi parla, infatti, fa tutto da sé. Inoltre, chi parla non riesce a capire se l’altro lo comprende; sa soltanto che lo sta ascoltando. Tali atteggiamenti di solito non riescono ad andare a fondo del problema e a delinearne le cause. Inoltre, l’altro non può sapere se chi ascolta sta accettando lui e il suo messaggio. Sa soltanto che lo ascolta.
In breve, questi tre sistemi di ascolto sono relativamente passivi e non provano che chi sta ascoltando abbia effettivamente capito.
Ciò che viene definito come "ascolto attivo" richiede molta più interazione e molte più prove che chi sta ascoltando non abbia soltanto sentito ma abbia davvero capito.
L’ascolto attivo, in quanto opposto all’ascolto passivo (silenzio), comporta l’interazione con l’utente, e fa anche in modo che l’utente abbia delle prove (feedback) che l’operatore lo capisce.
Il rimando empatico è la forma di comunicazione che da:

chiara percezione di essere stati capiti sia nei sentimenti che nelle idee;

chiara percezione di essere stati accettati sia nei sentimenti che nelle idee;

chiara percezione di essere stati rispettati sia nei sentimenti che nelle idee;

aiuta ad approfondire la comunicazione;

abbassa le tensioni emotive, il senso di minaccia e libera dall’ansia;

aiuta ad accettare come naturali ed umani i propri sentimenti e ad imparare che il sentimento è un amico;

Facilita l’insight (chiara percezione) del reale problema e di conseguenza inizia la risoluzione dello stesso; tuttavia lascia alla persona la responsabilità di trovare una soluzione.
Sul piano relazionale:

consolida il rapporto tra i membri dell’interazione, incrementando il mutuo rispetto e la reciproca attenzione all’altro;

Consolida l’alleanza terapeutica.

L’ascolto attivo è un processo di comunicazione completo che implica i seguenti momenti:

Osservare ed ascoltare con attenzione il messaggio verbale dell’altro

Fare una ipotesi in merito al vissuto dell’altro

Comunicare la propria impressione (verbalmente e non verbalmente) con empatia

L’altro conferma o corregge il feed-back dell’helper.
L’ascolto attivo funziona perché aiuta chi ha il problema a scaricare le emozioni intense (allagamento emozionale) e a elaborare il suo problema in vista di una soluzione.
L’Ascolto Attivo è l’abilità che meglio riassume le tre caratteristiche della relazione d’aiuto: empatia, accettazione, autenticità, per facilitare la soluzione del problema da parte della persona.
L'Ascolto Attivo è un modo particolare di rispecchiare ciò che l’altro ha espresso per fargli capire che lo ascoltate e dargli modo di verificare se e quanto avete compreso il suo messaggio.
L'Ascolto Attivo è una riformulazione della comunicazione globale dell’altro, nelle sue componenti verbali ed emozionali.
L'ascolto Attivo richiede che vi mettiate nei panni dell’altro cercando di cogliere i suoi pensieri e sentimenti, e che gli esprimiate quanto avete compreso con calore e accettazione.
L'ascolto Attivo permette a voi e all’altra persona di comprendere l’esperienza che sta vivendo.
Questa reciproca comprensione permette all’altro di esprimere ed esplorare il problema, aprendo la strada così a una soluzione.
A volte, un bambino che soffre conoscendo perfettamente il motivo della sua sofferenza, può esprimere il problema con chiarezza e risolverlo con i mezzi propri.
Più spesso però, i bambini in difficoltà non sanno bene cosa provano, si esprimono solo attraverso "indizi e sintomi" e cercano qualcuno che li ascolti e li comprenda.

FACILITARE LA SOLUZIONE DI UN PROBLEMA
Troppo spesso i genitori tendono a risolvere i problemi del bambino mantenendolo in uno stato di dipendenza (ad esempio riparandogli oggetti, dicendogli cosa fare se è annoiato, ecc.).
Il P. E. T. incoraggia i genitori a credere nelle capacità autonome del bambino, assistendolo direttamente solo quando è palesemente necessario (ad esempio lasciandogli prima provare a riparare il giocattolo da sé e poi, se serve, offrirgli il proprio aiuto).
Il genitore può aiutare il bambino con l'ascolto attivo e le frasi invito, accompagnandolo nelle varie fasi del processo di soluzione del problema.
L'ascolto attivo e il problem-solving guidato possono senz’altro accelerare il passaggio del bambino dalla dipendenza all'indipendenza.
A volte il bambino trova difficile prendere una decisione o affrontare un problema perché gli manca un metodo efficace.
Anche se l'ascolto attivo resta lo strumento principale, il genitore può aiutarlo guidandolo nelle sei fasi del Metodo III.
Il processo di soluzione del problema implica in genere sei fasi fondamentali


Definizione del PROBLEMA

Proporre le soluzioni

Valutare le soluzioni

Scegliere le soluzioni

Fare un piano di attuazione

Concordare i criteri di verifica dei risultati

Il genitore può guidare il figlio attraverso questo processo senza imporgli una soluzione.

Esempio: Un bimbo di tre anni dice: "Oggi non so a che gioco giocare".
Fase 1: Il genitore usa l'ascolto attivo per identificare il bisogno del bambino. E' annoiato? Non sa scegliere? Non si sente bene?
Fase 2: Il genitore si serve delle frasi-invito per far emergere le possibili soluzioni. Es. "Che pensi? Come potresti risolvere il problema? Cosa potresti fare? Facciamo un elenco ecc.
Fase 3: "Quale ti piace di più? Quale ti sembra la più divertente?".
Fase 4: "Sembra che allora ti piacerebbe...", "Perciò hai deciso di. . . ".
Fase 5: Il bambino mette in pratica la decisione presa.
Fase 6: (Più tardi) "Allora ti diverti?", o "Come vanno le cose?".
Dunque, T.Gordon indica come abilita di aiuto essenziali quando l’altro ha un problema:

Ascolto passivo

Frasi invito o apriporta

ascolto attivo

il processo di problem solving

ABILITA’ COMUNICATIVE RELATIVE ALL’AREA NON PROBLEMATICA
In situazioni non problematiche possiamo usare l’AUTORIVELAZIONE EFFICACE.
Nei Training Gordon vengono differenziati i Messaggi in Seconda Persona (o Messaggi-TU), e Messaggi in Prima Persona (o Messaggio-IO).
I Messaggi in Prima Persona sono il modo in cui, nel P.E.T., ci si "Autorivela", si comunica qualcosa di sé.
Autorivelazione significa dare informazioni su di sé, esprimere sinceramente ciò che si pensa e si prova.
Un Messaggio in Prima Persona è un messaggio che vi descrive; è un’espressione dei vostri sentimenti e della vostra esperienza. Un messaggio in prima persona è autentico, sincero e congruente. Dato che esprime unicamente la vostra realtà interiore, non contiene valutazioni, giudizi o interpretazioni sugli altri.
L’Autorivelazione prende la forma di


Messaggio in prima persona (o Messaggio-io) positivo (quando l’alunno fa qualcosa di buono dico: "mi piace ciò che hai fatto, mi ha reso felice il tuo comportamento,…). (quando l’alunno fa qualcosa di buono dico: "mi piace ciò che hai fatto, mi ha reso felice il tuo comportamento,…).

Messaggio in prima persona (o Messaggio-io) dichiarativo (informo che …mi sono messo d’accordo con gli alunni che …);

Messaggio in prima persona (o Messaggio-io) preventivo (informo cosa mi aspetto da loro, esprimo come desidererei che andassero le cose…); (informo che …mi sono messo d’accordo con gli alunni che …); (informo cosa mi aspetto da loro, esprimo come desidererei che andassero le cose…);

MESSAGGIO IN PRIMA PERSONA POSITIVO
Un messaggio in prima persona positivo contribuire molto a rafforzare il rapporto quando non ci sono problemi, comunica sentimenti positivi e descrive gli effetti concreti positivi che il comportamento di un altra persona ha su di voi.
Spesso vostro figlio si comporta in modo particolarmente accettabile per voi, assume comportamenti che vi piacciono, che apprezzate, che vi rallegrano e per cui vi sentite grati.
Esprimere i vostri sentimenti positivi vi darà fiducia in voi stessi come genitori e, soprattutto, vostro figlio si
sentirà apprezzato, riconosciuto e amato.
Esempi: Messaggio in 3 parti: "Ho apprezzato molto che abbiate messo in ordine il
garage; ora mi è più facile parcheggiare e trovare le cose che mi servono".
Messaggio in 2 parti: "Sono molto contento dei progressi che hai fatto a scuola" (comportamento, sentimenti).: "Sono molto contento dei progressi che hai fatto a scuola" (comportamento, sentimenti).
Messaggio semplice: "Ti voglio bene" (sentimenti).: "Ti voglio bene" (sentimenti).
Troppo spesso noi ci esprimiamo attraverso messaggi in seconda persona. Un messaggio in seconda persona è un’affermazione sull'altro che implica valutazione e giudizio. Spesso i bambini si offendono per questo tipo di messaggi, perché si sentono giudicati o manipolati.
Anche quando sono animati da buone intenzioni, i messaggi in seconda persona possono lasciare una brutta impressione:
"Ma che brava bambina!", "Hai fatto bene a riordinare il garage!" "Stai facendo un buon lavoro a scuola". "Sei sempre così gentile e tranquilla".
Un messaggio in prima persona positivo evita valutazioni e giudizi. Si focalizza sui sentimenti e le esperienze del genitore.
Un messaggio in prima persona positivo dovrebbe essere un'espressione naturale e spontanea.
Espressioni del genere non vanno usate per manipolare i figli o indurli a fare quello elle volete ("Ti voglio bene quando fai come dico io).

MESSAGGIO IN PRIMA PERSONA DICHIARATIVI
Ci si può comprendere molto meglio se impariamo a condividere spesso e apertamente idee, opinioni e sentimenti.
Si eviterebbero malintesi e problemi, e il rapporto diventerebbe più intimo e sincero.
Nell’Area non Problematica, possiamo usare messaggi in prima persona dichiarativi che esprimano i sentimenti del momento, simpatie e avversioni, convinzioni, opinioni, ecc.
"Non mi piace ascoltare l'hard rock".
"Credo che l’istruzione sia molto importante per il futuro".
"Le notizie di questi giorni mi deprimono profondamente".
"Mi piace quando ci riuniamo tutti insieme a parlare e giocare".

MESSAGGIO IN PRIMA PERSONA PREVENTIVI
Sempre nell’Area non Problematica, i messaggi in prima persona preventivi mettono a parte i figli (il coniuge o altri) dei nostri bisogni futuri; gli altri avranno così la possibilità di collaborare o cambiare in modo da non ostacolare il soddisfacimento di un nostro bisogno, prevenendo perciò il problema o il conflitto. Esempi:
"Domani pomeriggio mi serve la macchina per andare all’aeroporto".
"Stasera vorrei starmene da solo in garage a lavorare".
"Domenica mi piacerebbe fare una gita".
Come per i messaggi in prima persona positivi, anche in questo caso la motivazione non può mai essere la manipolazione o il controllo dell'altro ma solo una comunicazione sincera.

Dunque, nell’Area non problematica, cioè quando non ci sono problemi di relazione, Gordon indica lo sviluppo dell’abilità di Autorivelazione efficace che si esprime nei messaggi in prima persona (o messaggi-io) positivi, dichiarativi e preventivi.

ABILITA’ COMUNICATIVE RELATIVE ALL’AREA PROBLEMATICA PERSONALE

IL CONFRONTO EFFICACE
Lasciando l’Area non problematica, iniziamo ad occuparci dell’Area di Rifiuto, l’area nella quale sono presenti comportamenti inaccettabili degli altri e quindi noi abbiamo un problema, siamo in difficoltà.

METODI TRADIZIONALI DI CONFRONTO
Come per le Barriere alla relazione d’aiuto, nei corsi Gordon, questi metodi tradizionali di confronto vengono raggruppati in dodici diverse modalità. Sono le modalità che molte persone danno come risposta a momenti di difficoltà di fronte a comportamenti inaccettabili degli altri.

dare ordini, comandare, dirigere;

minacciare, ammonire, mettere in guardia;

moralizzare, far prediche;

offrire soluzioni, consigli, avvertimenti;

argomentare, persuadere con la logica;

giudicare, criticare, biasimare;

fare apprezzamenti, manifestare compiacimento;

ridicolizzare, etichettare, usare frasi fatte;

interpretare, analizzare, diagnosticare;

rassicurare, consolare;

indagare, investigare;

cambiare argomento, minimizzare, ironizzare.

I messaggi in seconda persona biasimano l’altro, gli comunicano "sei cattivo" o "hai torto". I messaggi in seconda persona non soddisfano i requisiti di un confronto efficace.
Possono produrre un cambiamento, però intaccano l’autostima dell’altro, compromettono la relazione, negano all’altro la possibilità di contribuire alla risoluzione del problema.


Messaggi che sottintendono
una soluzione:
1. Dirigere
2. Minacciare
3. Predicare
4. Consigliare
5. Persuadere
Messaggio nascosto:
"Non sei capace di capire da solo come potresti aiutarmi"
Sono inefficacie perché:
a) suscitano resistenze: "Non lo farò"
b) negano al figlio la possibilità di cambiare atteggiamento in considerazione dei miei bisogni
Messaggi svalutanti:
6. Criticare
7. Elogiare
8. Insultare
9. Analizzare
10. Rassicurare
11. Interrogare
Messaggio nascosto:
"C’è qualcosa che non va in te,
visto che mi crei dei problemi"
Sono inefficacie perché:
a) attaccano l'autostima del figlio
b) suscitano resistenza e opposizione: "Non sono un irresponsabile"
e) mortificano il figlio
d) colpevolizzano il figlio per i suoi bisogni
Messaggi indiretti:
12. Eludere, buttarla
sullo scherzo
Messaggio nascosto:
"Non sei capace di capire da solo come
potresti aiutarmi"
Sono inefficacie perché:
a) risultano spesso enigmatici e incomprensibili
b) mostrano al figlio che non sono diretto e aperto, bensì subdolo e indiretto.

Le "barriere" sono messaggi in seconda persona. Spostano indebitamente l'attenzione da "io ho un problema" a "tu hai un problema".
Un messaggio in prima persona è uno strumento di confronto più efficace in quanto:

descrive in modo non giudicante il comportamento non accettabile (ciò che l’altro ha detto o fatto)

descrive i vostri sentimenti in merito al comportamento o ai suoi effetti.

descrive gli effetti tangibili e concreti che quel comportamento non accettabile ha su di voi

TEORIA DELL’ICEBERG DEI SENTIMENTI
Se vi accorgete di inviare una quantità di messaggi in prima persona che esprimono rabbia, è probabile che non siate in contatto con i vostri sentimenti originari.
"Sono arrabbiato" è un messaggio che di solito viene interpretato dall'altro come: "Sono arrabbiato con te", o
"Mi hai fatto arrabbiare".
A prescindere dalla forma che assume, l'altro di solito si sente offeso, condannato, colpevolizzato, come accade con i messaggi in seconda persona.
La rabbia, probabilmente, è qualcosa che si genera dopo aver provato un altro sentimento. E' assai probabile che il sentimento originario sia paura, dispiacere, imbarazzo, frustrazione, delusione, impotenza, offesa, preoccupazione, invidia, tristezza, ecc.
Entrare in contatto con il sentimento originario e poi comunicarlo attraverso un messaggio in prima persona diminuisce le occasioni di esprimere la rabbia.

CAMBIO DI MARCIA
Non sempre un messaggio in prima persona funziona. L’altro può reagire mettendosi sulla difensiva diventando ad es. sospettoso, imbarazzati, addolorati, mettendosi così in difficoltà.
Quando ciò accade, è importante che il genitore cambi marcia passando all’ascolto attivo. Se nel momento in cui

L’altro non può ascoltare o reagire positivamente se la loro temperatura emotiva è alta. Se nel momento in cui l’altro si difende insistete con i messaggi in prima persona, non farete che aumentarla. Prima di poter ascoltare il problema vostro, dev'essere aiutato ad abbassare la propria temperatura emotiva.
Lo strumento migliore in questo caso è l'ascolto attivo, che è parte integrante di un messaggio in prima persona completo; ometterlo significa aumentare di molto le probabilità che il messaggio risulti inefficace.
Cambiare marcia significa passare dal confronto all'ascolto fino a quando il problema di entrambi non è risolto.
Quando il cambio di marcia ha allentato la difesa dell’altro, voi potete riproporre il confronto per cercare di risolvere il vostro problema.

Modificare l’ambiente
Il confronto mediante i messaggi in prima persona abbassa la linea di accettazione (ampliando l'Area
non problematica) o riduce il numero dei comportamenti inaccettabili dell’altro. Un altro metodo per abbassare ulteriormente la linea è la modificare l'ambiente.
Una modifica dell’ambiente, si rende utile in una o entrambe le seguenti circostanze:
1. Quando l’altro ha già assunto il comportamento per voi inaccettabile e desiderate modificare l'ambiente.
2. Quando prevedete che potrà assumere in futuro un comportamento inaccettabile e desiderate prevenirlo.
Gordon ci suggerisce quindi di fare qualcosa per modificare o riorganizzare l’ambiente in cui si esplica il comportamento disturbante allo scopo di :

eliminarlo,

modificarlo,

isolarlo.
Tra i metodi principali da adottare per cambiare l’ambiente ci sono:
Arricchire: aggiungere qualcosa all'ambiente, come giocattoli, materiali, attività. Esempi: mettere in giardino un recinto con la sabbia, procurarsi dei libri che incontrino i gusti dei figli, inventare dei giochi adatti ai lunghi viaggi in macchina.aggiungere qualcosa all'ambiente, come giocattoli, materiali, attività. Esempi: mettere in giardino un recinto con la sabbia, procurarsi dei libri che incontrino i gusti dei figli, inventare dei giochi adatti ai lunghi viaggi in macchina.
Ampliare: estendere le aree destinate al gioco e al lavoro. Esempi: portare i bambini in un giardino pubblico, al mare, in montagna, in palestra, ecc.estendere le aree destinate al gioco e al lavoro. Esempi: portare i bambini in un giardino pubblico, al mare, in montagna, in palestra, ecc.Impoverire: sottrarre qualcosa all'ambiente o ridurre gli stimoli, l'attività, ecc. Esempi: spegnere o abbassare la radio o la TV, chiudere una porta per attutire i rumori, evitare le discussioni quando è ora di andare a dormire.
Restringere: delimitare l'accesso all'ambiente. Esempi: il box, i sedili della macchina, recintare una parte del cortile.delimitare l'accesso all'ambiente. Esempi: il box, i sedili della macchina, recintare una parte del cortile.
Semplificare: agevolare i movimenti e l'indipendenza del bambino negli spazi domestici. Esempi: mettere le stoviglie e gli ingredienti, della colazione in un posto per lui raggiungibile facilmente, appendere uno specchio alla sua altezza.agevolare i movimenti e l'indipendenza del bambino negli spazi domestici. Esempi: mettere le stoviglie e gli ingredienti, della colazione in un posto per lui raggiungibile
Riorganizzare: spostare alcuni oggetti, metterne altri fuori portata, ecc. Esempi: chiudere a chiave l'armadietto dei medicinali, togliere i detersivi da sotto il lavello, sistemare il televisore fuori dalla "rotta" delle attività quotidiane.spostare alcuni oggetti, metterne altri fuori portata, ecc. Esempi: chiudere a chiave l'armadietto dei medicinali, togliere i detersivi da sotto il lavello, sistemare il televisore fuori dalla "rotta" delle attività quotidiane.
Dunque, quando ci troviamo ad avere noi un problema o siamo in difficoltà (Area problematica) Gordon ci suggerisce due strategie:

messaggi in prima persona di confronto

cambio di marcia

modifica dell’ambiente

RISOLVERE I CONFLITTI
L’ascolto attivo, i messaggi in prima persona e modificare l’ambiente possono ampliare l’Area non problematica. Ma l’ascolto attivo non aiuterà l’altro a risolvere tutti i suoi problemi; alcuni inevitabilmente rimarranno. Le abilità di modifica dell’ambiente e dei comportamenti inaccettabili dell’altro non aiuteranno a liberarsi di tutti i problemi comportamentali.
Alcuni comportamenti resteranno inalterati principalmente per due ragioni:

il bisogno dell’altro di persistere nel suo comportamento è troppo forte: c’è un conflitto di bisogni.

L’altro non crede che il suo comportamento influisca negativamente sul vostro in modo concreto e tangibile: c’è una collisione di valori.

LA SOLUZIONE DEI CONFLITTI DI BISOGNI
I conflitti interpersonali sono inevitabili. Credere che in una relazione si possa vivere a lungo senza conflitti è un’illusione, non è realistico.
I conflitti irrisolti possono essere molto distruttivi. Spesso, i problemi vengono affrontati con metodi inadeguati di soluzione del conflitto. D’altro canto, una soluzione efficace del conflitto può rafforzare la relazione, facilitare la crescita e approfondire i legami d’intimità, d’amore e di rispetto.
La maggior parte dei conflitti tra le persone sono conflitti tra soluzioni, piuttosto che fra bisogni. In realtà le persone condividono essenzialmente gli stessi bisogni fondamentali, comuni a tutti gli uomini. Il conflitto nasce dal modo in cui ognuno cerca di soddisfare i propri bisogni fondamentali.
Spesso perciò le persone si trovano in conflitto perché entrambi non riescono a comunicare all’altro i propri bisogni personali. Al contrario, intraprende una serie di azioni (la soluzione) volte a soddisfare un bisogno legittimo, e sono queste azioni a scatenare il conflitto.
Ma il riconoscimento e l’accettazione dei reciproci bisogni non basta. Per risolvere il conflitto, le persone devono ricercare insieme una soluzione accettabile per entrambi. Questo è il concetto ispiratore del training Gordon: le persone hanno il diritto di soddisfare i propri bisogni. Devono "vincere insieme"; nessuno deve perdere. Dunque, Gordon propone il "metodo senza perdenti" o Metodo III (io vinto, tu vinci). Se le due parti non subiranno sopraffazioni, ciascuno si forzerà di rispettare i diritti dell’altro e verrà trovata una soluzione che non comporterà né vincitori, né vinti, salvaguardando in tal modo l’autostima e il rapporto. Questo metodo va a sostituirsi ai due metodi più comunemente usati: l’autoritarismo che Gordon chiama Metodo I (io vinto, tu perdi) e il permissivismo o Metodo II (io perdo, tu vinci), entrambi fondati su un rapporto di potere dove l’uno, nel primo caso, o l’altro, nel secondo, escono sconfitti.
Un rapporto basato sul potere ha molti effetti deleteri:

Resistenza, sfida, ribellione, sfiducia

Risentimento, rabbia, ostilità

Aggressione, vendetta, ritorsione

Mentire, nascondere i propri sentimenti

Biasimare gli altri, spettegolare, deridere

Dominare, imporsi, intimidire

Bisogno di vincere, paura di perdere

Cercare alleati contro i l’altro

Sottomissione, obbedienza, remissività

Adulazione, seduzione

Conformismo, mancanza di creatività, paura di novità

Introversione, evasione, sognare ad occhi aperti, regressione

Gli effetti immediati del potere possono essere contemplati entra tre meccanismi di adattamento:

La fuga: sottrarsi al potere dell’altro ritirandosi fisicamente o psicologicamente

La lotta: contrattaccare, rispondere al potere con il potere, sabotare, vendicarsi, aggredire passivamente o attivamente.

La sottomissione: conformarsi, rinunciare o arrendersi, accondiscendere; si accompagna spesso al risentimento e a una perdita di autostima. La persona remissiva nega il proprio valore e i propri bisogni; spesso diventa un adulatrice.
Nei corsi Gordon si insegna il Metodo III per la soluzione dei conflitti e le abilità per applicarlo. Il problem-solving in sei fasi offre una valida struttura per l’applicazione del Metodo III. Ecco delineate brevemente le sei fasi:
FASE O: creare le condizioni per lo svolgimento delle sei fasi. Entrambe le parti devono essere disponibili a seguire questo percorso, avere l’intenzione di provare a praticare un terza modalità (Metodo III) con la quale cercare il più possibile il rispetto dei bisogni di entrambi. Questa fase, alla quale si potrà ricorrere in tutti i momenti di "stallo" o conflitto nelle altre sei fasi, andrà fatta in modo esauriente soprattutto le prime volte che verrà impiegato il Metodo III in alternativa ai Metodi I e II. In seguito, quando questa sarà la modalità abituale, non sarà più necessaria.
FASE 1: definire il problema in termini di bisogni: identificare chiaramente i rispettivi bisogni ed esporli
all’altro;
FASE 2: produrre le possibili soluzioni (proporre una serie di alternative astenendosi da giudizi e
valutazioni);
FASE 3: valutare le soluzioni (soppesare le diverse soluzioni, gli aspetti positivi e negativi, scartando quelle
non accettabili per entrambi)
FASE 4: scegliere la soluzione accettabile per entrambi (senza imporre, persuadere ecc. ma arrivando ad
optare di comune accordo per una soluzione)
FASE 5: programmare e attuare la soluzione (si decide chi fa cosa e quando)
FASE 6: verificare i risultati (se la soluzione scelta ha soddisfatto i bisogni di entrambi).
Questo metodo verrà attuato ascoltando, discutendo, parlando e confrontandosi; il tutto in un clima di libertà e fiducia.
Utilizzando la tecnica del problem solving si possono ad esempio risolvere dei conflitti, oppure arrivare a delle decisioni, delle scelte o elaborare una "legge", o un regolamento ad esempio di una classe scolastica che verrà proposto dagli alunni stessi e che per ciò sarà più facilmente rispettato.

LA SOLUZIONE DELLE COLLISIONI DI VALORI
Alcuni conflitti non sono immediatamente risolvibili con i messaggi di confronto in prima persona e il Metodo III. In conflitti di questo genere, il comportamento inaccettabile dell’altro ha scarso o nessun effetto tangibile e concreto su di sè.
Ecco alcuni esempi: il figlio di 16 anni comincia a fumare e al genitore non piace; il figlio dice parolacce che il genitore non tollera; il figlio dice che lo studio è una perdita di tempo e vuole lasciare la scuola a 16 anni e il genitore ritiene che l’istruzione sia importante.
Spesso le persone non sono motivati a cambiare se non capiscono che il loro comportamento ha qualche effetto tangibile e concreto sull’altro.
A volte ci può essere tra le persone una divergenza di valori: divergenza con cui si può benissimo convivere. La divergenza esprime l’atteggiamento: "mi piacerebbe che tu non fossi così", oppure "mi piacerebbe che non ti vestissi così" ma sono disposto ad accettarlo. Potete passarci sopra.
Divergenze di questo tipo si collocano nell’Area non problematica.
La collisione di valori esprime l’esistenza di un conflitto su un questione cui non potete passare sopra, che non volete accettare. In questo caso l’atteggiamento è: "voglio che tu cambi".
I criteri per la collisione di valori sono:

Sentire di non accettare il comportamento dell’altro;

L’altro si è opposto fino ad ora al tentativo di cambiare il suo comportamento;

L’altro non capisce in che modo il suo comportamento vi condiziona;

L’altro non percepisce la situazione come problematica.
Le collisioni di valori sono normali e inevitabili; il punto è come risolverle.

Il modello per la soluzione delle collisioni di valori tocca i seguenti punti:tocca i seguenti punti:

Definire le divergenze di valori: il primo passo è comprendere le reali differenze che separano. A questo scopo, gli strumenti migliori sono i messaggi in prima persona dichiarativi e l’ascolto attivo. Condividere le divergenze di valori già di per sé attenua il conflitto, che a volte finisce per assumere il carattere di una marcata divergenza all’interno dell’Area non problematica.

Modificare se stessi: il passo successivo richiede di domandarsi: posso accettare le differenze e lasciare le cose come stanno, o credete che sia assolutamente fondamentale superarle? Potete riesaminare i vostri valori e forse avvicinarsi a quelli dell’altro? Siete disposti a "sperimentare" i suoi valori e accettare la possibilità di cambiare i vostri?

Cambiare il comportamento dell’altro: se cambiare l’altro è veramente importante, si può tentare di modificare il comportamento che vi disturba o è inaccettabile. Si applica il problem-solving del Metodo III al comportamento inaccettabile, soprattutto se l’agire quel determinato valore da parte dell’altro provoca un effetto concreto e tangibile su di voi. : il primo passo è comprendere le reali differenze che separano. A questo scopo, gli strumenti migliori sono i messaggi in prima persona dichiarativi e l’ascolto attivo. Condividere le divergenze di valori già di per sé attenua il conflitto, che a volte finisce per assumere il carattere di una marcata divergenza all’interno dell’Area non problematica. : posso accettare le differenze e lasciare le cose come stanno, o credete che sia assolutamente fondamentale superarle? Potete riesaminare i vostri valori e forse avvicinarsi a quelli dell’altro? Siete disposti a "sperimentare" i suoi valori e accettare la possibilità di cambiare i vostri? : se cambiare l’altro è veramente importante, si può tentare di modificare il comportamento che vi disturba o è inaccettabile. Si applica il problem-solving del Metodo III al comportamento inaccettabile, soprattutto se l’agire quel determinato valore da parte dell’altro provoca un effetto concreto e tangibile su di voi.
Potete riuscire a modificare il comportamento visibile dell’altro anche se il valore che lo sottende non è affatto cambiato (ad esempio: apprezza ancora la musica a tutto volume, ma acconsente di abbassare il volume o usare la cuffia quando siete in casa).
I messaggi di confronto in prima persona o il problem-solving del Metodo III sono le abilità adatte a modificare un comportamento che ha un effetto tangibile su di voi.

Influire sul valore dell’altro: per finire, anche se siete riusciti a modificare le azioni dell’altro, potreste ancora desiderare di influire sull’altro in direzione di un cambiamento di valori. : per finire, anche se siete riusciti a modificare le azioni dell’altro, potreste ancora desiderare di influire sull’altro in direzione di un cambiamento di valori.
Esistono tre abilità nuove da imparare per influenzare i valori dell’altro:

Dare l’esempio;

Trasmettere i vantaggi;

Offrire consulenza;

Vengono individuate otto possibili opzioni che si presentano ad ogni persona che vuole risolvere un conflitto di valori fra sé e gli altri. Due di esse non sono consigliabili, però vengono incluse perché potrebbero rendersi necessarie in una situazione disperata. Nell’elenco che segue le otto opzioni vengono definite in base al rischio che comportano per il rapporto:
Il rischio minimo è rappresentato dal "Cambiare se stessi" e il rischio massimo è rappresentato dal "Ricorso alla forza" (cioè dell’uso del potere e della coercizione).

ALTO RISCHIO PER LA RELAZIONE

Ricorrere alla forza

Minacciare di ricorrere alla forza

Ricorrere al problem-solving

Offrire consulenza

Confronto/ascolto attivo

Insegnare – trasmettere vantaggi

Dare l’esempio

Cambiare se stessi
BASSO RISCHIO PER LA RELAZIONE

OPZIONI PER LE COLLIZIONI DI VALORI

Cambiare se stessi: avere la possibilità di modificare i vostri valori, il vostro punto di vista. Cambiare può derivare dal mettere in discussione l’utilità dei propri valori, riconsiderarne l’importanza o sperimentare di persona i diversi valori dell’altro. Considerare da dove ci derivano determinati valori (ad es. chiedersi se sono veramente nostri o dei nostri genitori ecc.), può aiutarci a chiarire se desideriamo o meno cambiarli.

Dare l’esempio: è uno dei mezzi più potenti per influenzare i valori dell’altro. I bambini, in particolare, imitano gli adulti che ammirano. Ci si limita a comportarsi con naturalezza e coerenza, a vivere secondo le proprie convinzioni e valori. Dare l’esempio di un comportamento desiderato (valore) è spesso un mezzo efficace per gestire o prevenire il comportamento inaccettabile. È importante che le azioni si accordino con le parole, per non perdere rapidamente ogni credibilità come modello per l’altro.

Insegnare – trasmettere vantaggi: normalmente un valore viene ritenuto "giusto, importante" per sé. Si decide di mantenerli in quanto ne deriva una utilità. Una abilità da sviluppare è quella di imparare a trasmettere che cosa se ne ha in cambio nel perseguire questo valore, quale utilità ne ha. Es. esempio la sincerità, ecc.)

Confonto/ascolto attivo: è possibile utilizzare il confronto tramite i messaggi in prima persona e attuare il cambio di marcia, rivolgendo l’Ascolto attivo alle opinioni o divergenze dell’altro. Il messaggio in prima persona di confronto, subirà alcune piccole modifiche, nel significato di ognuna delle singole tre parti diventando così: avere la possibilità di modificare i vostri valori, il vostro punto di vista. Cambiare può derivare dal mettere in discussione l’utilità dei propri valori, riconsiderarne l’importanza o sperimentare di persona i diversi valori dell’altro. Considerare da dove ci derivano determinati valori (ad es. chiedersi se sono veramente nostri o dei nostri genitori ecc.), può aiutarci a chiarire se desideriamo o meno cambiarli. è uno dei mezzi più potenti per influenzare i valori dell’altro. I bambini, in particolare, imitano gli adulti che ammirano. Ci si limita a comportarsi con naturalezza e coerenza, a vivere secondo le proprie convinzioni e valori. Dare l’esempio di un comportamento desiderato (valore) è spesso un mezzo efficace per gestire o prevenire il comportamento inaccettabile. È importante che le azioni si accordino con le parole, per non perdere rapidamente ogni credibilità come modello per l’altro. normalmente un valore viene ritenuto "giusto, importante" per sé. Si decide di mantenerli in quanto ne deriva una utilità. Una abilità da sviluppare è quella di imparare a trasmettere che cosa se ne ha in cambio nel perseguire questo valore, quale utilità ne ha. Es. esempio la sincerità, ecc.) è possibile utilizzare il confronto tramite i messaggi in prima persona e attuare il cambio di marcia, rivolgendo l’Ascolto attivo alle opinioni o divergenze dell’altro. Il messaggio in prima persona di confronto, subirà alcune piccole modifiche, nel significato di ognuna delle singole tre parti diventando così:

Messaggi in prima persona di confronto
Messaggi in prima personadi confronto nei valori

Il comportamento inaccettabile

Effetti concreti e tangibili su di voi

Sentimenti congruenti

Il valore inaccettabile

Effetti ipotetici sull’altro o su di voi

La forza del vostro interesse

Una traduzione in termini concreti di un Messaggio in prima persona nelle collisioni di valore potrebbe essere la seguente: "ti voglio bene al punto da provare dispiacere se perseguire questi tuoi valori, portasse del danno per la tua vita futura".


Offrire consulenza: un consulente è una persona che viene considerata da un’altra (o da un’organizzazione) come un potenziale agente di cambiamento e che viene ingaggiata allo scopo di migliorare un individuo o un’organizzazione: il consulente viene percepito come una persona dotata di saggezza, competenza, esperienza, abilità tecnica, valori e convinzioni attendibili. un consulente è una persona che viene considerata da un’altra (o da un’organizzazione) come un potenziale agente di cambiamento e che viene ingaggiata allo scopo di migliorare un individuo o un’organizzazione: il consulente viene percepito come una persona dotata di saggezza, competenza, esperienza, abilità tecnica, valori e convinzioni attendibili.
Quattro condizioni della consulenza efficace sono:sono:

Essere cercati, richiesti o avere un rapporto di fiducia;

Condividere la propria competenza ed esperienza: basarsi sui fatti e su opinioni ben ponderate;

Non forzare l’altro ad accettare le proprie idee e opinioni. Tentare di influenzarlo una volta, non di più;

Lasciare all’altro la responsabilità del cambiamento (cioè il fatto di accettare le idee e le opinioni del consulente). Le abilità e competenze fondamentali di un consulente efficace sono:

Una esposizione chiara dei propri valori e del perché li si considera importanti (messaggi in prima persona dichiarativi).

Ascolto attivo (cambio di marcia) per dimostrare accettazione nei confronti delle resistenze e delle difese dell’altro.

BIBLIOGRAFIA Thomas Gordon, Genitori efficaci, Ed. La meridiana Thomas Gordon, Insegnanti efficaci, Ed. Giunti Thomas Gordon, Leader efficaci. Ed. La meridiana http://www.iacp.it/ Thomas Gordon, Genitori efficaci, Ed. La meridiana Thomas Gordon, Insegnanti efficaci, Ed. Giunti Thomas Gordon, Leader efficaci. Ed. La meridiana

Luciana Reginato Psicologa e Supervisor Counselor

lunedì 6 aprile 2009

L' altro e il rispetto dell'alterita'

Le opere principali di Levinas


L'essere come prevaricazione

Al centro dell'impianto filosofico di Levinas c'è l'affermazione che l'essere concepito dalla tradizione ontologica occidentale, l'essere che è totalità e riempie ogni spazio possibile poiché resta immutabile e eternamente fermo (l'essere parmenideo, per intenderci) è prevaricazione sulle differenze. Questo essere che riempe ogni spazio, oltre il quale non sembra possibile andare, è all'origine della negazione dell'Altro, la negazione di ogni possibilità diversa da sé. Ma è proprio nella negazione di ogni possibile differenza e alterità, dice Levinas, che risiede l'origine del senso del male in quanto sopraffazione, egoismo e violenza.
Dunque la radice della violenza e del male negli uomini proviene per Levinas dal pensiero dell'immutabilità dell'essere, caratteristica che impedisce all'alterità di manifestarsi entro la sua natura. In questo senso dell'essere vi è racchiusa l'ingiustizia dell'immutabile che impedisce alle differenze di mostrarsi per ciò che sono.

L'essere secondo la definizione greco-parmenidea è un concetto neutro, generale, a-personale. In questo senso dell'essere vi è racchiusa la pretesa di poter definire e raccogliere sotto un unico genere tutta la gamma di differenze che si manifestano, assoggettandole ad un'unica legge razionale. Ma l'essere che veramente ha un senso non è questo essere generale e a-personale, ma l'esserci concreto dell'uomo e delle cose (analogie con il pensiero di Heidegger). Ecco dunque che l'essere delle cose non è una categoria generale e omnicomprensiva ma è l'esistenza stessa degli esseri diversi, isolati l'uno dall'altro. La caratteristica propria degli esseri è la loro differenza e la loro distinzione gli uni dagli altri.
Il vero senso dell'essere è allora per Levinas la differenza irriducibile che sussiste tra i diversi esseri presenti nel mondo. L'essere come totalità che unisce le diversità sotto la sua unica essenza è privo di senso, in realtà esiste una molteplicità di "esserci" (nell'accezione heideggeriana), di uomini e cose esistenti individualmente e separatamente. Dice Levinas: "Tra esseri ci si può scambiare tutto tranne l'esistere". L'esistenza degli uomini e delle cose è distinta, dai rapporti che intercorrono tra i diversi esseri isolati l'uno dall'altro nasce l'esperienza della vita.

L'etica dell'Altro da sé

Da questo preambolo ontologico Levinas fa derivare i fondamenti di una nuova etica. Se la caratteristica saliente dell'essere della tradizione filosofica è quella di negare l'alterità (negare la differenza irriducibile tra ente e altro ente), allora l'etica umana può ora finalmente muovere da orizzonti rinnovati rivolgendosi al rispetto dell'alterità di ogni essente e non già al conformarsi a un fondamento unico e immutabile (Levinas chiama questo atteggiamento ossessione dell'essere).

Prendendo coscienza che gli altri individui sono qualcosa di totalmente altro rispetto al nostro essere possiamo definire il senso di una nuova etica: io non posso assimilare l'Altro a me, l'Altro (ovvero l'individuo diverso e distinto da me) è inaccessibile al mio sentire, perché io non sento e non vivo la sua vita. L'Altro rimane allora sempre distinto dal mio essere, rimane qualcosa di inaccessibile e misterioso che si svela solamente attraverso la comunicazione interpersonale.
Nella vita quotidiana l'uomo pensa secondo le categorie dell'essere omnicomprensivo, pensa come se comprendesse veramente ciò che vive l'Altro, ma questo non è possibile. L'essenza vera dell'uomo è quella dell'isolamento dagli altri esseri.

Levinas afferma dunque che l'etica dell'Altro da sé muove dalla consapevolezza che ogni individualità deve rispettare la differenza dell'altro, differenza che è mistero incommensurabile, in quanto nulla possiamo sapere degli altri. Ciò che crediamo di sapere degli altri è solo una nostra immagine degli altri, in realtà gli altri sono inaccessibili alla nostra vera conoscenza.
Nulla può condurre il mio io ad abbracciare veramente l'altro essere, nemmeno l'amore inteso come volontà di fondersi con l'altro. In realtà l'uomo può solo tendere verso l'altro, riconoscendo la differenza infinita che sussiste tra essere ed essere.

Dunque pensare a una essenza che accomuna tutti gli uomini nasconde la radice della violenza: in questo senso delle cose l'uomo crede realmente di poter possedere una parte dell'altro in quanto vi è in comune qualcosa di essenziale. In realtà, spiega Levinas, non vi è essenza che possa unire i singoli essenti isolati l'uno dall'altro, per cui l'etica che deve guidare i rapporti tra gli uomini si fonda necessariamente sul riconoscimento di questa differenza incommensurabile tra gli enti e sulla responsabilità che ogni singolo uomo contrae verso il mistero inaccessibile dell'Altro (il mistero costituito dagli altri individui, inaccessibili alla nostra vera conoscenza).

Il desiderio di infinito
In questa visione filosofica dove si pone la figura del divino? Levinas è un filosofo ebreo che ha studiato e commentato il Talmud, ponendosi in una prospettiva quasi teologica. Rimanendo influenzato dal clima culturale della tradizione ebraica, Levinas afferma che la fede in Dio è il desiderio mai appagato di infinito. Il divino non si mostra, è silente anche davanti alla tragedia (Levinas ha vissuto l'epoca dell'olocausto), tuttavia vi è una traccia del divino nel desiderio di Dio, il desiderio dell'infinito, dell'assolutamente Altro inaccessibile all'essere individuale dell'uomo.

"Nessun viaggio, nessun cambiamento di clima o di sfondo" - così egli scrive nella maggiore delle sue opere, Totalità e infinito - sarebbero in grado di soddisfare il "Desiderio". Dio è "assolutamente scomparso, assolutamente passato", un passato assolutamente immemorabile, le cui "tracce", nelle quali soltanto l'uomo può imbattersi, sono unicamente quelle di un misterioso viandante che ha voluto cancellare le proprie tracce e che quindi "non ha voluto dire e non ha voluto fare nulla con le tracce che lascia". (E. Severino, La legna e la cenere). (questi temi saranno importanti per lo sviluppo del pensiero di Derrida, soprattutto per i concetti di differànce e di traccia dell'essere).

Dunque Dio è il Desiderabile, pur non mostrandosi all'uomo Egli è l'oggetto del suo desiderio. Ma questo desiderio non si fonda su una vana volontà di desiderare, il desiderio viene suscitato dal Desiderabile, ovvero il moto dell'animo che porta l'uomo a desiderare l'infinito altro da sé è suscitato al fondo dalla presenza del divino, che è assolutamente altro rispetto all'uomo. Dio esiste, ma non si mostra, e pur non mostrandosi suscita il desiderio di Sé negli uomini (la fede).

Solo attuando questo moto dell'animo, solo desiderando l'infinito altro da sé, l'uomo può spezzare la catena dell'essere come totalità. Entro questo senso prevaricante l'uomo è costretto a ritornare entro l'essere, a non riconoscere la diversità e la differenza irriducibile. Ma quando l'uomo finalmente comprende la verità della differenza ontologica di ciascun ente dall'altro (e la verità suprema che si compie nella diversità assoluta del divino rispetto all'uomo), allora l'uomo è in grado di porsi in viaggio verso l'infinito, in un moto che mai si esaurisce verso la presenza infinitamente distante ma infinitamente desiderata di Dio.


A presto Luciana

martedì 31 marzo 2009

Luca era gay



Ho ascoltato per la prima volta questa canzone, ne ho sentito parlare, ma non sono appassionata di sanremo, cosi' diciamo mi e' sfuggita di mano..mi colpisce la "frase mamma possessiva", puo' esserci del vero in queste parole? I pattern di attaccamento ( Bowlby) possono determinare comportamenti sessualmente diversi ?

Testo: Luca era gay

INTRO:
Luca era gay e adesso sta con lei
Luca parla con il cuore in mano
Luca dice sono un altro uomo,

1 STROFA:

Luca dice: prima di raccontare il mio cambiamento sessuale volevo chiarire chese credo in Dio non mi riconosco nel pensiero dell’uomo che su questo argomento è diviso,
non sono andato da psicologi psichiatri preti o scienziati sono andato nel mio passato ho scavato
e ho capito tante cose di me mia madre mi ha voluto troppo bene un bene diventato ossessione piena delle sue convinzioni ed io non respiravo per le sue attenzioni mio padre non prendeva decisioni ed io non ci riuscivo mai a parlare stava fuori tutto il giorno per lavoro io avevo l’impressione che non fosse troppo vero mamma infatti chiese la separazione.

Avevo 12 anni non capivo bene mio padre disse è la giusta soluzione e dopo poco tempo cominciò a bere mamma mi parlava sempre male di papà mi diceva non sposarti mai per carità delle mie amiche era gelosa morbosa e la mia identità era sempre più confusa

RITORNELLO:

Luca era gay e adesso sta con lei Luca parla con il cuore in mano Luca dice sono un altro uomo Luca era gay e adesso sta con lei Luca parla con il cuore in mano Luca dice sono un altro uomo

2 STROFA:

sono un altro uomo ma in quel momento cercavo risposte mi vergognavo e le cercavo di nascosto c’era chi mi diceva “è naturale” io studiavo Freud non la pensava uguale poi arrivò la maturità ma non sapevo che cos’era la felicità un uomo grande mi fece tremare il cuore ed è li che ho scoperto di essere omosessuale con lui nessuna inibizione il corteggiamento c’era e io credevo fosse amore sì con lui riuscivo ad essere me stesso poi sembrava una gara a chi faceva meglio il sesso e mi sentivo un colpevole prima o poi lo prendono ma se spariscono le prove poi lo assolvono cercavo negli uomini chi era mio padre andavo con gli uomini per non tradire mia madre

2° RITORNELLO:

Luca era gay e adesso sta con lei Luca parla con il cuore in mano Luca dice sono un altro uomo Luca era gay e adesso sta con lei Luca parla con il cuore in mano Luca dice sono un altro uomo

SPECIAL:

Luca dice per 4 anni sono stato con un uomo tra amore e inganni spesso citradivamo io cercavo ancora la mia verità quell’amore grande per l’eternità poi ad una festa fra tanta gente ho conosciuto lei che non c’entrava niente lei mi ascoltava lei mi spogliava lei mi capiva ricordo solo che il giorno dopo mi mancava questa è la mia storia solo la mia storia nessuna malattia nessuna guarigione caro papà ti ho perdonato anche se qua non sei più tornato mamma ti penso spesso ti voglio bene e a volte ho ancora il tuo riflesso ma adesso sono padre e sono innamorato dell’unica donna che io abbia mai amato

A presto Luciana

sabato 28 marzo 2009

La terapia centrata sul cliente


LA TERAPIA CENTRATA SUL CLIENTE

Questo tipo di terapia è stato sviluppato tra gli anni '50 e '60 da Carl Rogers, durante la sua lunga esperienza clinica; tale approccio si basa su alcuni assunti concernenti la natura umana e i mezzi con i quali possiamo provare a comprenderla.
Le persone possono essere capite solamente partendo dalle loro percezioni e dai loro sentimenti, ossia dal loro mondo fenomenologico.

Per capire un individuo dobbiamo concentrare la nostra attenzione non sugli eventi che egli esperisce ma sul modo in cui li esperisce, perché il mondo fenomenologico di ogni persona è la determinante principale del suo comportamento e ciò che la rende unica.
Le persone sane sono consapevoli del loro comportamento. In questo senso il sistema di Rogers è simile a quello della psicanalisi e dell'analisi dell'Io, poiché pone la consapevolezza delle motivazioni tra i suoi obiettivi principali.

Le persone sane sono per loro natura buone e capaci di comportarsi in maniera efficace; esse diventano inefficaci e disturbate solamente quando interviene un apprendimento errato.
Le persone sane sono capaci di comportamenti finalizzati e sanno darsi degli obiettivi. Esse non rispondono passivamente all'influenza dell'ambiente o alle proprie pulsioni interiori, e sono in grado di compiere scelte autonome. In questa asserzione Rogers è più vicino agli psicanalisti dell'Io che agli psicanalisti freudiani ortodossi.

Il terapeuta non dovrebbe cercare di manipolare gli eventi per conto del cliente; piuttosto dovrebbe creare le condizioni in grado di facilitare un processo decisionale autonomo da parte sua. Quando le persone non si preoccupano eccessivamente delle valutazioni, delle esigenze e delle preferenze altrui, la loro esistenza risulta guidata da una tendenza innata all'autorealizzazione.

Sulla base del presupposto che una persona matura e bene adattata fonda i suoi giudizi su elementi intrinseci di soddisfacimento e autorealizzazione, Rogers evitava di imporre obiettivi al cliente durante la terapia. Secondo Rogers è il cliente che deve "prendere il comando" e dirigere l'andamento della conversazione e della seduta. Il compito del terapeuta è quello di creare le condizioni per cui durante la seduta il cliente possa entrare in contatto con la sua natura più profonda e valutare da solo quale stile di vita è per lui intrinsecamente gratificante.

Poiché aveva un visione molto positiva delle persone, Carl Rogers riteneva che
attraverso l'esercizio di decisioni autonome esse sarebbero riuscite non solo ad essere soddifatte di se stesse, ma anche a diventare delle persone capaci di instaurare relazioni socialmente adeguate. La strada per raggiungere queste decisioni positive, tuttavia, non è facile.
Secondo Rogers e gli altri terapeuti del filone umanistico ed esistenziale, la persone devono assumersi la responsabilità della propria vita anche quando sono disturbate.

È spesso difficile per un terapeuta astenersi dal dare consigli, dal farsi carico dell'esistenza del cliente, specialmente quando tale cliente appare incapace di prendere decisioni autonome. Ma i rogersiani si attengono strettamente alla regola secondo cui, data un'atmosfera terapeutica calda, sollecita e ricettiva, l'innata capacità di crescita e di autorealizzazione dell'individuo alla fine si affermerà. Essi ritengono che se il terapeuta interviene scopertamente, il processo di crescita e di autorealizzazione ne risulterà solo ostacolato, e che qualunque sollievo a breve termine possa derivare dall'intervento del terapeuta esso interferirà con la crescita a lungo termine.

Il terapeuta non deve diventare l'ennesima persona i cui desideri il cliente deve cercare di soddisfare.Secondo Rogers il terapeuta dovrebbe possedere tre qualità fondamentali: autenticità, considerazione positiva e incondizionata e profonda comprensione empatica. L'autenticità, talvolta chiamata congruenza, comprende la spontaneità, l'apertura e la genuinità. Il terapeuta non ha niente di fasullo, non si nasconde dietro una facciata professionale, e rivela i suoi pensieri e sentimenti al cliente in maniera informale e schietta. In un certo senso il terapeuta, mettendosi così onestamente allo scoperto, fornisce un modello di ciò che il cliente stesso può diventare se si mette in contatto con i suoi sentimenti, li esprime e si assume la responsabilità di farlo.

Il terapeuta ha il coraggio di presentarsi agli altri per quello che veramente è.Il secondo attributo di un bravo terapeuta, secondo Rogers, è la capacità di offrire una considerazione positiva incondizionata. Egli apprezza il cliente per quello che è e gli comunica un affetto non possessivo, anche quando non approva il suo comportamento. Le persone hanno valore semplicemente per il fatto di essere persone e il terapeuta deve avere profondamente a cuore il cliente e rispettarlo, per la semplice ragione che egli è un essere umano impegnato nella lotta per crescere e stare al mondo.

La terza qualità, una profonda comprensione empatica, è la capacità di vedere il mondo - momento per momento - attraverso gli occhi del cliente, di comprendere i sentimenti sia da suo personale punto di vista fenomenologico, di cui il cliente è ben conscio, sia da prospettive di cui egli potrebbe essere solo confusamente consapevole.

A presto Luciana

venerdì 20 marzo 2009

Counseling filosofico relazionale


Counseling filosofico relazionale scuola a Bassano del Grappa


Il Counselling Filosofico, le “domande guida” e l’arte di stare nella domanda estratto dalle dispense della scuola di counseling


ll filosofo greco Socrate aveva ed ha una grande reputazione come “uomo delle domande”.
Ma che tipo di domande erano?

Socrate: se dovessimo scegliere il nostro atleta migliore sceglieremmo una persona a caso? Se dovessimo scegliere il miglior navigatore per un viaggio, sceglieremmo una persona a caso?


Interlocutore: Certo che no.


Socrate: Perché quando scegliamo i nostri politici li scegliamo a caso (nell’ultimo giro di domande-risposte)?

(La ragione per la quale i greci sceglievano a caso era per evitare la corruzione e le fazioni).


Socrate poneva “domande guida”.


Attraverso un uso sapiente delle domande è possibile guidare l’interlocutore ad ampliare la proprio visuale. In questo percorso la cosa più difficile è restare nella domanda.


Il counseling filosofico è “l’arte di restare nella domanda”, arte che non si conquista se non attraverso l’acquisizione di uno stato di calma.


La calma serena ci appare la prima delle qualità del counselor filosofico.



Un po' di chiarezza nella professione di Counseling


Il counseling nasce ufficialmente negli Stati Uniti d’America, negli anni Cinquanta, in corrispondenza all’affermazione della psicologia umanistica.

Questa “terza forza” della psicologia, dopo il comportamentismo e la psicanalisi, riconosce all’individuo le potenzialità d’autodeterminarsi, di crescere e di trasformarsi, che sono molto più forti rispetto a qualsiasi condizionamento.

Il campo d’osservazione ed azione dell’operatore si amplia notevolmente, inglobando aspetti ignorati o sottovalutati in precedenza, come la qualità delle relazioni, la progettazione del futuro, i talenti inespressi, l’azione creativa, la libertà di scelta, la dimensione etica, la personalità sana e la formazione.

L’approccio umanistico al cliente ed alla relazione terapeutica ha forgiato il concetto e la metodologia della relazione d’aiuto, di cui il counseling è una declinazione, e ne ha decretato il successo in tutti i settori professionali: dalla scuola agli enti locali, all’ambito medico e sanitario, al contesto aziendale, ai soggetti pubblici e privati di sostegno alle fasce deboli e a categorie particolari d’individui.

Spero di aver contribuito a chiarire l'attivita' del counselor

Ciao a presto Luciana

martedì 10 marzo 2009

Torta degli angeli


Torta degli Angeli

Assunta, un Angelo nel cielo


Sono indaffarata a preparare una torta, eseguo perfettamente le istruzioni della tua ricetta.

E come non tornare a pensare, ai momenti passati insieme, a sognare la vita, luminosa, come il filo di raggio di sole che scalda il mattino.


Quella vita, che ti ha voltato le spalle, se ne' andata, improvvisamente senza salutare, ha lasciato, di te, una dolce scia. Il ricordo della tua allegria, mi strappa un sorriso, e mi sorprendo a pensare che ti porto nel cuore.


Amo pensare, che sei tra le stelle nel cielo, un Angelo in volo, e nel viso il sorriso piu' Dolce.


Scrivo qui la tua ricetta veloce di un dolce, molto utile per placare la fame dirompente dei bimbi, quando si fermano un attimo dalla loro attivita' piu bella: il gioco.


Non credo ti mancasse la bilancia, credo che per un fattore di velocita' tu usavi i vasetti di yogurt come unita' di misura!


Occorrente:


Un frullatore

Tre uova Quattro

(vasetti di yogurt da 150g) di farina.

Due (vasetti di yogurt da 150g) di zucchero.

Un (vasetto di yogurt da 150g) di olio

Una bustina di lievito.

Due vasetti di yogurt naturale.


Se vuoi aggiungere cacao, noccioline ecc., tieni presente che devi togliere la stessa quantita' di farina, cosi' mantieni la stessa consistenza della pasta. Metti tutti gli ingredienti nel frullatore, frulla per qualche istante , finche' tutto e' amalgamato.

Cuoci nel forno ventilato, a 180° per i primi 20', per i restanti 40' a 150°.


Buon Appetito!


venerdì 6 marzo 2009

Tutto l'universo obbedisce all'amore...




Ti svelerò un filtro d’ potentissimo, senza unguenti, senza erbe e senza formule magiche:
se vuoi essere amato, ama.
Ecatone
Sto ascoltando alcune canzoni di Battiato,
non posso fare a meno di condividere le
parole di questo brano, sono bellissime...

"Rara la vita in due fatta di lievi gesti e affetti di giornata,
consistenti o no, bisogna muoversi come ospiti, pieni di premure,
con delicata attenzione, per non disturbare.

Ed e' in certi sguardi che si vede l'infinito[...]
come possiamo tenere nascosta la nostra intesa,
ed e' in certi sguardi che si vede l'infinito.
Tutto l'universo obbedisce all'amore,
come puoi tenere nascosto un amore ed e' cosi'
che ci trattiene nelle sue catene.

Tutto l'universo obbedisce all'amore..."

Tu cosa ne pensi?

domenica 1 marzo 2009

Attaccamento e Alessitimia



di: Francesco Albanese



Nella prima metà dello scorso secolo, il tentativo della medicina psicosomatica di spiegare la relazione tra attività psichica e manifestazioni patologiche di tipo organico si concretizzava nella cosiddetta teoria del conflitto, di freudiana memoria, secondo la quale il sintomo era la formazione di compromesso tra le primitive pulsioni sessuali e le attuali difese psicologiche dell’Io. Tale conflitto, provocando una costante stimolazione emotiva, produceva la cronica attivazione del sistema nervoso, provocando inevitabili danni tissutali.


Ma l’evidenza che la terapia psicoanalitica di pazienti psicosomatici non portava agli stessi buoni risultati di quella che si otteneva coi pazienti nevrotici, anch’essi “vittime” di un conflitto psichico, e l’impossibilità di dimostrare il supposto legame tra conflitto e manifestazioni somatiche, portarono gli psicosomatisti a rivolgere l’attenzione alla capacità di riconoscere ed esprimere le emozioni (Trombini e Baldoni, 1999).In questo scenario, nel 1948 Ruesch individuò nel paziente psicosomatico quella che chiamò personalità infantile, caratterizzata da dipendenza e passività, conformismo sociale ed ideali irraggiungibili, tendenza all’azione corporea e mancanza di corrispondenza tra espressione verbale/non verbale e vissuto emotivo.


Notò inoltre una certa difficoltà a separarsi dalla figura materna (Ibid.).Verso la fine degli anni ‘50 dello scorso secolo, Marty e M’Uzan proposero, accanto alle classiche descrizioni di personalità nevrotica e psicotica, quella di una personalità psicosomatica, caratterizzata da ipernormalità ed adattamento conformista all’ambiente, e da un particolare stile cognitivo chiamato pensiero operatorio, analogo a quello postulato da Piaget, che risulta naturale come fase di sviluppo cognitivo del bambino, ma che nell’adulto si traduce in un deficit che lo penalizza per un’adeguata elaborazione simbolica delle emozioni, e tale da canalizzare l’espressione emotiva a livello somatico. E come precedentemente fatto da Ruesch, anche in questo caso, particolare importanza venne attribuita alle relazioni oggettuali tra madre e bambino (Ibid.).



Le teorizzazioni di Marty e M’Uzan trovarono conferma nei primi anni ’70 del secolo scorso, quando Sifneos e Nemiah riscontrarono in svariati pazienti psicosomatici una caratteristica comune, e cioè la difficoltà a descrivere le proprie emozioni ed un’attività fantastica povera, tipica appunto del pensiero operatorio. Sifneos e Nemiah coniarono per questa condizione lo specifico termine di alessitimia (dal greco “mancanza di parole per le emozioni”), da non considerarsi una diagnosi clinica, ma un tratto stabile di personalità che interagisce con gli agenti stressanti come fattore aspecifico verso la somatizzazione e lo sviluppo di malattie. In un ideale continuum, che rappresenta la difficoltà nel riconoscere, comprendere e descrivere le esperienze emozionali, l’alessitimia potrebbe essere collocata all’estremo “meno grave” assieme all’inibizione emotiva, con all’opposto le più gravi condizioni di anaffettività e anedonia (Ibid.).


Attualmente gli indicatori del DCPR (Diagnostic Criteria for use in Psychosomatic Research) per la diagnosi di alessitimia comprendono condizioni come: incapacità di descrivere in maniera appropriata le emozioni; tendenza a focalizzare la conversazione sui dettagli più che sul vissuto emotivo; mancanza di un ricco mondo fantastico; contenuto del pensiero associato a eventi del mondo esteriore; inconsapevolezza delle reazioni somatiche che accompagnano gli stati emotivi; occasionali ed estremi comportamenti affettivi, spesso inappropriati.Inoltre, la specifica del DCPR, secondo la quale l’alessitimia eventualmente riscontrata in sede di diagnosi non debba essere presente solamente nel corso di un disturbo dell’umore, di fobia sociale o di un disturbo mentale organico, evidenzia la transnosograficità di tale condizione.


Infine, nel DCPR è presente la distinzione tra alessitimia di tipo pervasivo, quindi strutturale a livello di personalità dell’individuo, e di tipo situazionale, limitato all’inibizione della rabbia e/o di un comportamento assertivo. In quest’ultimo caso, viene comunque da chiedersi se si possa realmente parlare di alessitimia vera e propria o più semplicemente di un modello relazionale appreso nei primi anni di vita per gestire in maniera più efficace, e meno dolorosa, particolari delicate emozioni come la rabbia, così da garantirsi una fitness più elevata. L’espressione della rabbia, nel sistema motivazionale innato (SMI) attacco/fuga, rappresenta l’attacco, dunque il confronto, il conflitto. Ma cosa accade quando l’avversario nel conflitto è una figura significativa, amata? La rabbia potrebbe “distruggerla” e questo porterebbe colpa, perdita, abbandono. Ecco dunque che il SMI attacco/fuga entra in conflitto con un altro importante SMI, quello dell’attaccamento.



La Teoria dell’Attaccamento (TdA) di John Bowlby (1969/1980) postula che gli esseri umani abbiano una predisposizione innata a formare relazioni di attaccamento con le figure genitoriali primarie, che le relazioni di attaccamento abbiano la funzione di proteggere la persona attaccata, e che tali relazioni esistano in forma organizzata alla fine del primo anno di vita. I tre pattern di attaccamento individuati da Ainsworth e coll. (Ainsworth et al., 1978), insicuro evitante (A), sicuro (B) e insicuro ansioso resistente (C), e quello successivamente identificato da Main e Solomon (1986), disorientato/disorganizzato (D), rappresentano quattro diverse modalità relazionali che caratterizzano altrettante tipologie di relazione madre/bambino.


Ogni pattern affonda le proprie radici su specifici Modelli Operativi Interni (MOI) (Bowlby, 1973), rappresentazioni mentali che hanno la funzione di veicolare la percezione e l’interpretazione degli eventi da parte del bambino, e poi dell’adulto, e che comprendono un modello di sé, un modello dell’altro ed un modello di sé-con-l’altro (Liotti, 2001).Normalmente entro l’ottavo mese di vita, ogni bambino presenta un attaccamento ben strutturato e diretto verso una specifica Figura di Attaccamento (FdA) preferenziale. Lo stile di attaccamento che svilupperà dalla sua nascita in poi, dipende in grande misura dal modo in cui i genitori (o altri caregiver) lo trattano. Il bambino sicuro ha fiducia nella disponibilità e nel supporto della FdA che risulta essere sensibile ai segnali del bambino, o come direbbe Winnicott sufficientemente buona.


Il bambino evitante è caratterizzato dalla convinzione che alla richiesta d’aiuto verrà rifiutato dalla FdA, una figura che respinge costantemente il figlio ogni volta che le si avvicina per la ricerca di conforto o protezione. Il bambino ansioso resistente, invece, non ha la certezza che la FdA sia disponibile a rispondere ad una richiesta di aiuto, dato che la sua modalità di risposta è di tipo intermittente. Infine, il bambino disorientato/disorganizzato presenta un duplice modello interno della FdA, vista come accudente ed allo stesso tempo spaventata/spaventante. Questa duplice rappresentazione è promossa da un genitore minaccioso, abusante, o che due anni prima o dopo la nascita del figlio ha subito un grave lutto (Liotti, 1994). La differenza che intercorre nella formazione di MOI diversi a seguito di diverse risposte di vicinanza da parte del caregiver sottolinea l’importanza dei primi scambi comunicativi col bambino, uno scambio il cui contenuto è essenzialmente non verbale ed emotivo.


Secondo Trevarthen (1998), il transfert emotivo che si stabilisce tra madre e figlio risulta critico nello sviluppo del linguaggio e le caratteristiche qualitative del modo in cui le madri (ideali, aggiungo io) si rivolgono ai figli sono accuratamente sintonizzate per favorire un appropriato e dinamico sostegno emotivo ad ogni tappa dello sviluppo linguistico infantile. Un neonato, infatti, è già in grado di scambiare empaticamente emozioni con un’altra persona, a patto che questa desideri presentarsi emotivamente disponibile al piccolo, nei modi a lui comprensibili. È così che, attraverso il continuo scambio emotivo con la FdA, il bambino impara a parlare delle proprie emozioni ed a classificarle. L’interconnessione tra il dominio emotivo e quello più prettamente cognitivo descritta da Trevarthen trova un correlato fisiologico nel modello di alessitimia sviluppato da McLean, secondo il quale nei casi di difficoltà di riconoscimento delle emozioni sembra esserci una scarsa integrazione, una schizofisiologia, tra corteccia cerebrale e sistema limbico (Trombini e Baldoni, 1999).



Possiamo immaginare che la trasposizione a livello relazionale del concetto di schizofisiologia postulata da McLean, si traduca in una mancata integrazione tra rappresentazione cognitiva della FdA e vissuto emotivo ad essa correlato.Questo può accadere verosimilmente in almeno due circostanze:1. la FdA non è in grado di comunicare le emozioni;2. il bambino è costretto a limitare l’espressione delle emozioni o a reprimere emozioni scomode.Nel primo caso, una FdA che non sia in grado di esprimere le emozioni, proporrà al bambino un modello operativo di se stessa di tipo meramente cognitivo, limitandolo la possibilità di esistenza, o quantomeno l’importanza, di un dominio emotivo. Nel secondo caso è ipotizzabile che i pattern insicuri (A, C e D), ai semplici fini adattivi, debbano adottare particolari strategie mentali che vanno a viziare la naturale espressione delle emozioni. Ad esempio, un bambino evitante, che viene sistematicamente rifiutato dalla FdA, proverà inizialmente un vissuto di tristezza.


Per allontanare questo vissuto doloroso, le alternative sono due: disattivare il sistema dell’attaccamento (cosa impossibile), o reprimere la tristezza. Un bambino con pattern ansioso resistente, invece, con buone probabilità si autolimiterà nell’espressione della rabbia, che, nella propria ottica soggettiva, lo renderebbe non amabile agli occhi della FdA, con conseguente possibilità di abbandono. Montebarocci e coll. (2004) suggeriscono la possibilità che l’alessitimia possa costituire non solo un’abberrazione di personalità di tipo ereditario, ma possa risultare anche come conseguenza secondaria di un trauma infantile ed emergere a seguito di difetti nel legame di attaccamento.


Svariati studi hanno indagato la correlazione che intercorre tra alessitimia e stili di attaccamento in età adulta (vedi ad es. Montebarocci et al., 2004; Wearden et al., 2005) ed i risultati che ne emergono vanno tutti nella stessa direzione, evidenziando correlazioni più o meno forti tra diagnosi di alessitimia e stili di attaccamento di tipo insicuro (A, C e D), ad indicare che lo stile di attaccamento non è forse la causa prima di alessitimia, ma quantomeno un fattore di rischio aspecifico che può partecipare alla strutturazione di un modello operativo di sé di tipo fortemente cognitivo.


ALBANESE, F. (2006). Attaccamento e Alessitimia. Firenze: PsicoLAB. Visionato il 01/03/2009 su http://www.psicolab.net


sabato 28 febbraio 2009

L'importanza e la bellezza di un rifugio interiore


Bellissimo questo articolo che desidero condividere con te, vedi, a volte, poco si conoscono le dinamiche che regolano il nostro essere, altrimenti utili in un contesto rlazionale primario. Buona lettura.


Michele Giannantonio, Anna Laura Boldorini


Sito Internet: psicotraumatologia Comunicazione pubblicata negli Atti del XI Congresso Nazionale A.M.I.S.I., "Quarant'anni di ipnosi in Italia: presente e futuro", 1998



1. Introduzione È una pratica comune nella psicoterapia ipnotica impiegare la costruzione di rappresentazioni mentali di luoghi reali o fantastici per indurre la trance, approfondirla oppure per obiettivi terapeutici specifici. Tale approccio, però, può non essere immediatamente agibile o soddisfacente. Alcuni pazienti, infatti, mostrano di incontrare ostacoli fin dall'inizio del lavoro ipnotico, anche se, in apparenza, si è solamente in una fase preparatoria ed introduttiva. In realtà con questi pazienti siamo già in psicoterapia, poiché il superamento di queste difficoltà produce importanti risvolti trasformativi sulla loro personalità e sull'alleanza di lavoro.
In questa comunicazione ci proponiamo di evidenziare alcuni dei più comuni problemi che possiamo incontrare nella nostra pratica clinica all'inizio del lavoro ipnotico. Intendiamo poi mostrare come la tipologia degli ostacoli incontrati possa contenere decisive informazioni diagnostiche e di orientamento del successivo intervento terapeutico. Impiegheremo alcuni casi clinici per illustrare le modalità di manifestazione delle difficoltà in oggetto ed il loro trattamento da parte degli scriventi.


Parte di ciò di cui parleremo viene comunemente inteso come "rinforzo dell'Io", concetto tanto vasto che, di conseguenza, rischia di apparire vuoto di significato. All'interno di esso, infatti, vengono spesso racchiusi processi fra di loro molto differenti sia per la necessaria modalità di gestione che per i risultati che generano. In ogni caso, però, un intervento corretto sulle difficoltà emergenti dovrebbe condurre il paziente a fruire di un "rifugio interiore" sempre più solido che gli consenta di costruire all'interno del Sé un'area relativamente libera da conflitti, una base sicura intrapsichica, punto di partenza per successive esplorazioni esperienziali e terapeutiche.
2. Il rifugio interiore Il consolidamento di un rifugio interiore (d’ora in poi “RI”) è rappresentato dall’accesso ad un luogo vissuto come tale dal paziente. Comunemente vengono scelti luoghi classici quali una spiaggia, un prato, un bosco, etc., ma il paziente può avere bisogno di luoghi differenti, come ad esempio il solaio di una casa immaginaria collocata in “nessun posto”. In ogni caso, il parametro per valutarne l’adeguatezza è la constatazione del senso di sicurezza, di protezione e di libera espressione che concede, e per questo motivo l’atteggiamento richiesto al terapeuta è di operare con la massima flessibilità, per utilizzare qualunque richiesta, risorsa e bisogno siano autonomamente impiegate in modo ecologico dal paziente.


Quando una persona richiede il nostro intervento spesso ha l’impressione di essere globalmente in difficoltà, come se “tutto” andasse male e non fosse possibile rintracciare alcun punto di leva integro per operare dei cambiamenti. In queste condizioni iniziali il ritrovamento o la costruzione (la differenza è fondamentale e sarà precisata in seguito) di un RI si presenta come un utile strumento di intervento per molti motivi, in quanto può consentire:

1) L’accesso ad una condizione psicofisiologica “libera da conflitti”, secondo una terminologia propria della psicologia dell’Io (12), vissuta come ristoratrice e autocurativa; nell’attuare questa operazione, spesso veniamo anche a conoscenza del modo in cui vorrebbe sentirsi la persona e quindi, più correttamente, può indicare lo stato finale ottenuto con la risoluzione dei conflitti.

2) Di imparare o migliorare le proprie capacità di repressione consapevole dei conflitti e della sofferenza, spesso carenti in quei pazienti che si sentono letteralmente invasi dai problemi passati o presenti.

3) Il riaccesso a risorse interiori dimenticate, contaminate o di impossibile fruizione, appartenenti ad un passato più sereno; in questo modo si consente al paziente di impiegare strumenti indispensabili al proprio cambiamento, che sono spesso inattingibili attraverso procedure meramente verbali (7, 12).

4) Di operare una progressione d’età implicita, costituita non tanto da sterili espressioni di fantasie e desideri (5, 12) o da un generico “Rinforzo dell’Io”, ma di orientare attivamente l’espressione dei bisogni, dei desideri e delle risorse del paziente verso obiettivi cenestesicamente fondati.

5) Come da 3), di ottenere importanti informazioni diagnostiche e prognostiche sulle condizioni del paziente.

6) Di restituire un senso di coesione e di continuità del Sé, sovente invaso o
frammentato dal disagio psichico (8, 12).

7) Qualora fosse necessario, di iniziare a viversi come punto di riferimento per sé
stessi, costruendo o ricostruendo uno spazio interiore vissuto come base sicura
introiettata, spesso assente o deficitaria nelle patologie più gravi (2, 8, 11, 12, 14).

3. Ostacoli Scoprire di avere “dentro di sé” un luogo bello, sicuro, amichevole, che consenta di “stare bene”, di riposarsi, di esprimersi liberamente, all’occorrenza di ripensare con un adeguato coinvolgimento affettivo al proprio passato e futuro, è di per sé una scoperta che per molte persone è indelebilmente positiva e trasformativa. Il sentiero che conduce alla scoperta od alla costruzione di un tale luogo può essere ostacolato da molti elementi, che non devono però essere considerati in sé totalmente negativi, ma anzi occasioni di diagnosi e prognosi che necessitano di interventi differenziati intrinsecamente terapeutici. In generale, si può dire che lo specifico problema incontrato contribuisce alla formulazione della diagnosi, mentre spesso la rigidità con cui l’ostacolo è un indicatore prognostico.

3.1 Falsità o irrilevanza dell’esperienza Alcuni pazienti riferiscono che l’esperienza positiva vissuta è, in realtà, sostanzialmente falsa, priva di valore, troppo lontana dal mondo “reale”.


Un tale genere di obiezione, spesso espressa indirettamente, può essere posta da individui che stentano a riconoscere una qualche grado di bellezza e amabilità in sé stessi e nel proprio mondo interiore. L’accanimento con cui tale convinzione viene difesa è indicativo del grado di radicamento dell’immagine negativa del Sé e della flessibilità con cui tale immagine può essere modificata ed aggiornata da nuove esperienze integrative. Si può rispondere a tale obiezione spiegando che la sostanza di quanto da loro immaginato è emersa spontaneamente in quanto presente in nuce, è calibrata sulle loro reali esigenze, non può essere stato inoculata dal terapeuta, ma solo elicitata maieuticamente da parti prevalentemente inconsce della mente del paziente.


Queste spiegazioni, congiuntamente a riaccessi ripetuti al RI sono sufficienti ad ottenere una progressiva accettazione dell’esperienza, producendo modificazioni non solo dell’autostima (costrutto complesso e ricco di componenti cognitive consapevoli) quanto anche la percezione somatica della propria gradevolezza ed amabilità. E’ inoltre un primo spiraglio sulla presa di coscienza di risorse inaspettate che intervengono autonomamente nella risoluzione di problemi e nell’appagamento di bisogni profondi.


3.2 L’abbandono L’accesso ad un RI richiede assolutamente la cessione di parte del controllo al terapeuta ma soprattutto al mondo immaginativo ed emozionale interiore. Tale passaggio non è sempre agevole, e più dell’intensità della paura spesso ha un’attendibile valore prognostico la difficoltà con cui viene superato. Possiamo incontrare questo ostacolo ad esempio nelle persone con un Disturbo di Panico, con o senza Agorafobia (1), abituate a percepire con molta paura le risposte autonome del corpo e a non percepirlo certamente come un luogo sicuro. In questi pazienti è parte integrante della terapia l’apprendimento all’abbandono e la scoperta che spesso sono proprio l’autocontrollo eccessivo e la coartazione emotiva a produrre i problemi temuti (6, 10).


Diversamente, può capitare che le difficoltà di abbandono siano legate al rapporto, più in generale, a problematiche transferali presenti fin dall’inizio della cura connesse alla cessione di potere, fiducia e controllo. In questi casi, il lavoro ipnotico può certamente essere d’ausilio, ma una parte sostanziale dovrà essere effettuata, in tempi spesso lunghi, nel setting più tradizionale (13).


3.3 La sicurezza impossibile Può essere che un luogo venga raggiunto, ma che non sia percepito come “sicuro”. Oltre ad essere un’indicazione indiretta del grado di coinvolgimento del paziente nei propri problemi e della difficoltà a separarsi da essi seppure provvisoriamente per viversi come luogo sicuro, pone il terapeuta nella necessità di operare in modo direttamente terapeutico per rendere accogliente e sicuro il luogo prescelto dal paziente. Ma ci possono essere molti motivi che rendono impossibile sentirsi al riparo:


3.3.1.La sicurezza apparente. Il paziente risulta apparentemente al sicuro, ma in realtà non può esplorare il suo RI. Spesso si tratta solo di un problema iniziale che verrà spontaneamente superato con la familiarizzazione. Altre volte, invece, il paziente non è in grado di effettuare un movimento esploratorio. Si può quindi affiancare al paziente un “aiutante” che funga da base sicura. L’ideale terapeutico, per la sua ecologicità intrinseca, è rappresentato dall’elicitazione di una parte del paziente che svolga questo ruolo protettivo,
già presente o che lo sarà più avanti nella vita una volta risolti determinati problemi (12).


Non essendo sempre possibile, bisogna allora ripiegare su persone della vita attuale o passata, o, come ultima chance, sul terapeuta medesimo. La scelta della persona testimonia del suo grado di compromissione e delle risorse relazionali o intrapsichiche a sua disposizione. Ritroviamo situazioni simili, in generale, nelle persone che faticano a restare agganciate ad uno stato sicuro, quindi persone poco autonome come nei Disturbi D’Ansia o nei Disturbi dell’Umore, ma anche in quei Disturbi di Personalità che impediscono l’espressione autonoma e serenamente indipendente della persona (per esempio, Disturbo Dipendente, Evitante e Borderline di Personalità; 1).


Come fine ultimo terapeutico bisogna sempre considerare che, laddove sia possibile in quanto sempre auspicabile, si pone l’obiettivo di autoesplorazione confidando essenzialmente nelle proprie risorse intrapsichiche o relazionali e quindi, in tal senso, dovrebbero essere nel lungo termine orientati gli interventi successivi. Erica, ad esempio, ha già raggiunto qualche volta il suo RI, ma non pare svolgere realmente un effetto protettivo e rassicurante. Non lo sente come “il suo RI” (come spesso positivamente accade), si sente osservata, nella spiaggia c’è un sacco di gente ma, soprattutto, c’è sempre un pescatore su uno scoglio, immobile, presente anche negli esercizi di autoipnosi prescrittile.


Giunto il momento adeguato, le viene detto che bisogna sapere che cosa fa lì il pescatore e, per questo motivo, di scegliere una persona che le dia sicurezza e protezione per andare a parlare con lui (sceglie il terapeuta).Avvicinatasi al pescatore, “scopre” (ma in realtà se lo “sentiva”) che in realtà si tratta del padre, deceduto, con il quale la paziente ha avuto un rapporto incestuoso di più anni del quale ha iniziato a parlare solo con l’esordio della terapia, quindi 28 anni dopo il suo termine. Riconosciuto il padre nel pescatore, gli urla di andarsene, di lasciarla da sola poiché ormai è grande.


Non appena il padre se ne va, la paziente lo richiama, non potendo sopportare di averlo ferito e rattristato. Nonostante l’abuso protratto, infatti, questo padre è stato per la paziente un importante punto di riferimento, essendo la madre assolutamente assente ed inaffidabile. Essere adulta e libera è una conquista ancora da costruire.


3.3.2 La sicurezza minacciata. In alcuni casi la sicurezza del RI è minacciata da “qualcosa” più o meno precisabile. Indicazione generale della difficoltà a reprimere i problemi, è sempre bene cercare di obiettivare la fonte della paura e gestirla in modo da costruire lo spazio di sicurezza richiesto. Ad esempio Paola, alla seconda esperienza con il suo RI, riferisce di sentirsi osservata da qualcuno, come se fosse filmata. Al terzo accesso un serpente enorme si arrotola intorno a lei, un qualcosa che rappresentava «qualche cosa che avevo fatto di male». La volta successiva, non appena il serpente si ripresenta, intervengo per aiutarla, scavo una buca profonda, getto dentro qualche cosa da mangiare (secondo una modalità applicata sistematicamente da Leuner: 9), ed a questo punto il serpente, inoffensivo ed appagato, è pronto per dialogare con Paola: dice che non vuole farle del male, ma solo verificare che non commetta dei tentati suicidi per attirare l’attenzione del marito e di altri familiari. A quel punto il serpente scompare e Paola sente che diventa suo alleato. Questo esempio mostra anche come sia possibile attraverso l’impiego di un RI procedere all’integrazione di materiale non integrato, cioè represso, rimosso o dissociato.
3.3.3.La sicurezza vuota. A volte il luogo può essere vissuto come sicuro, ma nondimeno non appagante e condizione per la libera espressione di sé. Paola, per esempio, dopo l’integrazione del serpente, si ritrova seduta in riva al mare a piangere a causa di un profondo ed ingestibile senso di solitudine: la paziente, infatti, depressa in trattamento farmacologico, a causa anche della costruzione di un “falso sé” connesso in parte alla sua obesità, è assolutamente priva di qualunque relazione umana autentica, reale o introiettata. Allo stesso modo Sara, dopo una certa familiarizzazione con un prato deserto dove non è possibile invitare nessuno se non il terapeuta, sente l’urgenza di sentirsi più al riparo e meno sola. Viene scelto un bosco popolato solo di animali, tra i quali un falchetto che le si posa su una spalla per proteggerla. La sicurezza acquisita è comunque estremamente limitata, in quanto Sara può entrare in relazione solo con animali, anche perché l’unico essere umano che ha accesso al bosco, il terapeuta, ha solo la funzione di garante dell’incolumità della paziente.


Paola ha un Disturbo Borderline di Personalità, caratterizzato da un marcatissimo attaccamento insicuro-ambivalente (8, 11).
In altri casi, il RI non è veramente tale in quanto vuoto di emozioni e sensazioni appaganti o addirittura palpabili: sovente si tratta di pazienti profondamente depressi che, se già in cura farmacologica, lasciano prospettare una prognosi di miglioramento, spesso parziale, solo attraverso una lunga e difficoltosa riabilitazione al gusto della vita. Per Leonardo, 55 anni, con Distimia e Depressione Maggiore Ricorrente, probabilmente depresso già dopo i 10 aa, anche se leggermente migliorato con una cura farmacologica, qualunque esperienza e luogo immaginati con l’ipnosi sono poco più che indifferenti, pur essendo in possesso di sufficienti abilità ipnotiche.
3.3.4.L’impossibilità di esserci. Se solo chiediamo ai paziente chi c’era nei RI, non è affatto raro scoprire che in quel luogo non c’era realmente o integralmente il nostro paziente. A volte è presente il paziente com’era una volta, prima di sviluppare certi problemi, oppure il modo d’essere del paziente risulta essere troppo legato a meccanismi di
appagamento di desiderio senza un reale potere trasformativo e di orientamento delle risorse.


Altre volte il paziente c’è, ma con un corpo non suo, uno fantasticato oppure precedente ad un peggioramento dell’immagine corporea. Quest’ultimo caso si pone di frequente nelle Dismorfofobie e nei Disturbi Alimentari Psicogeni dove è facilmente riscontrabile un’alterazione dell’immagine corporea (3, 4). E’ importante rendersi conto che, lavorando su questi “pazienti, in realtà operiamo azioni che tendono a rimanere con esiti ridotti o nulli, in quanto non dirette all’integrità del paziente o, comunque, poiché non entrano in gioco aspetti troppo importanti della sua personalità implicati nella sua sofferenza. Per esempio, in un paziente con un Disturbo Alimentare Psicogeno o con una Dismorfofobia, avendo bisogno di lavorare con gli aspetti principali della persona, dobbiamo produrre un’accettazione progressiva del corpo, ma in realtà questo lavoro preparatorio è di importanza terapeutica imprescindibile.


Altre situazioni riflettono invece problematiche più vaste: Antonia, gravemente depressa da moltissimi anni e provvista di bassissime abilità interpersonali, nel primo periodo di familiarizzazione con il RI non riesce a vedersi. Le viene allora suggerito di essere lì, ma di essere invisibile a tutti; per mezzo di questo escamotage la paziente riesce ad esplorare il suo RI, una spiaggia, stando molto lontana dalle persone, fino a quando, con le debite precauzioni, diventa visibile e si fa conoscere da un personaggio dello spettacolo che la incuriosisce e la diverte.


Riassunto


Gli autori hanno illustrato la rilevanza terapeutica della costruzione e della scoperta di un rifugio interiore per il paziente all’inizio di una psicoterapia ipnotica. Si sono inoltre evidenziate le principali difficoltà incontrate in questo processo da alcune tipologie di pazienti, con particolare attenzione al loro valore diagnostico e prognostico. Ne deriva che tale pratica clinica, lungi dall’essere una semplice “familiarizzazione all’ipnosi” o un “rinforzo dell’Io” non altrimenti orientato, costituisce di per sé uno strumento terapeutico finalizzato e propedeutico agli interventi successivi, non senza trascurare l’aspetto estetico e creativo del cambiamento.



venerdì 27 febbraio 2009

Amore amicizia vicinanza, nuovi modelli valoriali



"Comunicato stampa n° 388 del 27/02/2009

(AVN) Verona, 27 febbraio 2009

“Non lasciamoli soli, nella loro solitudine, che è la condizione peggiore per un adolescente, quella che può provocare gesti estremi. Ma anche combattiamo, perché ormai c’è un’emergenza educativa, i modelli disvaloriali imposti dalla società e dai media che allontanano dai ragazzi il senso di realtà e della vita vera che significa responsabilità e anche sacrificio”.


Queste le parole che Stefano Valdegamberi, assessore regionale alle Politiche sociali, ha rivolto agli operatori sanitari e sociali che gremivano, stamani, la sala convegni dell’Unicredit di Verona, all’apertura dei lavori del convegno dal titolo “L’urlo senza voce - i tentati suicidi e le condotte parasuicidarie in adolescenza” promosso dall’ospedale “Villa S. Giuliana” e dall’azienda ULSS 20 di Verona, con il patrocinio della Regione Veneto.


Il convegno intende essere un momento di riflessione teorica e organizzativa sul tema in questione. S’intendono approfondire le strategie atte a migliorare l’integrazione tra le progettualità nei diversi contesti sociali e sanitari che si occupano del problema dei tentati suicidi e delle condotte a rischio in adolescenza, “eventi che – è stato detto - mettono in scacco gli operatori e provocano un angoscioso senso di inadeguatezza nelle famiglie”.


“C’è bisogno di creare punti di riferimento solidi per gli adolescenti – ha aggiunto Valdegamberi – che si contrappongano in modo decisivo a modelli sociali che propongono l’apparire, le veline, il grande fratello come massimo successo della vita. Dobbiamo agire come educatori, operatori, familiari, amici, per trasmettere agli adolescenti il senso di responsabilità e la fatica che la vita comporta contro questi modelli imperanti, virtuali, che alla fin fine generano frustrazione per l’abisso che esiste tra il facile successo che propongono e la vita reale di tutti i giorni.


Va ritrovato allora – ha esortato Valdegamberi – il senso di comunità, la socialità vera che nessun rapporto virtuale può sostituire. Dobbiamo ripartire da noi stessi, dall’attenzione degli uni verso gli altri, amico con amico, vicino di casa con vicino di casa, cittadino con cittadino."


E' molto interessante questo comunicato stampa della regione veneto, cerco appunto di divulgarlo affiche' noi adulti diventiamo sensibili verso i nostri figli promuovendoci a nuovi modelli educativi, cominciamo noi ad amare , ad amarci ad accettarci incondizonatamente a dare valori importanti come il volersi bene, la reciprocita' l'aiuto e il saper chiedere aiuto.


Tu cosa ne pensi?


Consapevolezza

Consapevolezza

La pratica della meditazione promuove l'auto osservazione , aiuta a gurdare i pensieri come pellegrini che passano e a intervistarli per conoscerli meglio. "Donati tempo per prenderti cura di te, per volere bene a te , per sentirti amato da te. La persona con la quale trascorri piu' tempo sei tu ! Abita volentieri con te: nessuno e' piu' amico se non tu a te stesso! Sosta senza fretta, guarisci l' ansia del fare, abbandonati alla gratuita' del contemplare. Pensa armoniosamente perche' la vita e' quella che i tuoi pensieri vanno creando."

A presto Luciana

martedì 24 febbraio 2009

Nichilismo


“ Ho fame di senso ! ”

Che cosa dà soddisfazione e gioia alla tua voglia di vivere?
Depressione, ansia e angoscia sono la sofferenza dell’anima che non trova il suo significato” C. G. Yung.

“La cosa che mi fa più paura è la noia. È una brutta bestia che ti divora dentro. Alcuni di noi preferiscono la fuga nevrotica nello sport, nella musica, nella velocità, nello sballo, … altri preferiscono morire piuttosto che annoiarsi…” M. C. . Abbiamo bisogno di interessi sani che ci strappino dagli impulsi aggressivi radicati nel vuoto esistenziale.

<> E. Fromm, “Avere o essere?”.

La vita piatta senza stimoli culturali, lo sbadiglio, la noia, il vuoto esistenziale, producono impulsi aggressivi e distruttivi, sessualità disturbata, anarchia dei sentimenti, sfoghi negativi degli istinti. La violenza è una forma di amore degradato: quando una persona non riesce a costruire positivamente la voglia di vivere questa si volge nel suo opposto. L’amore costruttivo di sé (biofilia) cambia nel suo opposto: odio distruttivo di sé (necrofilia). Odio è amore al rovescio. Violenza è amore degradato.

L’angoscia esistenziale ha un carattere diverso dalla sofferenza fisica e psichica; per essa il medico non ha farmaci; ti senti colpito dal brivido del vuoto, dalla ambiguità di valori falsi, di sicurezze malate, di resistenze alienanti; non vuoi rassegnarti all’appiattimento, alla mancan-za di senso, alla morte psicologica. Angoscia è invocazione di senso. (Eric Fromm).

L’uomo può ammalarsi di tre tipi di malattie, l’animale di due. Comune all’uomo e all’animale è una malattia fisica, come un mal di denti, o una malattia psichica, come la paura. L’uomo può ammalarsi di un’altra malattia che nasce dalla mente, come l’angoscia. Tutti abbiamo visto dei cani impauriti, ma non angosciati. Solo l’uomo può provare angoscia quando non riesce ad affezionarsi alla vita. Può sentirsi zingaro sperduto e vagabondo su un pianeta indifferente al suo destino (Jacques Monod). Allora l’uomo si disaffeziona alla vita fino a dire “Mondo fermati, io scendo!”.

“Chi sono io che nasco quando non so e muoio quando non voglio?”, “Che senso ha vivere?”
Queste domande non si pongono a livello fisico e psichico ma a livello spirituale.

Al tempo di Freud il grande problema era quello sessuale; al tempo di Adler quello della “volontà di potenza”, oscillante tra il complesso di inferiorità e quello di superiorità. Oggi il grande proble-ma è quello dell’assurdità o meno della vita. Victor Frankl parla di malattie noogene, cioè generate dalla mente; esse vengono guarite dalla logoterapia, cioè illuminando la mente con parole belle.

Nel costume di oggi c’è la tendenza a rimuovere il vuoto esistenziale buttandosi negli impegni, nel divertimento fino a stordirsi; c’è la tendenza a fuggire nell’alcool, nella droga, nella sessualità disordinata, … .

Solo l’uomo si può ammalare di ansia, quando si oscura il senso della vita.
L’uomo ha più bisogno di senso che di pane. Chi ha motivi per vivere… vive; chi è demotivato si lascia andare, si deprime, diventa biologicamente meno vitale.

Quali sono le tue strategie per affezionarti alla vita?
Racconta esperienze di pienezza (peak-esperiences di A. Maslow) della tua storia personale.

Articolo tratto da scuola del villaggio

A presto Luciana

domenica 22 febbraio 2009

Quanti incontri per amore della stessa passione

Ti invito a visitare il blog della mia amica Gabriella Costa,
ci siamo conosciute attraverso Facebook, e abbiamo
scopero di essere entrambe impegnate nella nuova
professione di counseling. Lei e' professionista,
mentre io ancora sto studiando, mi avvicino al
cuore della nuova attivita' , che amo moltissimo,
attraverso il tirocinio.

Ti do un assaggio del suo ultimissimo articolo
molto bello : Sulla felicita'..felicita' d'infanzia
Come un ricordo di felicità: un grande giardino,
il cielo blu con le sue nuvole che passano, grida
e giochi di bambini, grandi fiori, una mamma
che sorveglia da lontano.... luci, rumori, odori
particolari.Un bambino se ne sta di fronte alla
natura che si apre davanti a lui.

Più indietro la sagoma rassicurante della casa
e due figure familiari quella della madre e di
un altro bimbo. Davanti gli si apre la strada,
che l’attira con tale forza che esita per un istante,
prima di lanciarsi.... è perfettamente felice,

e il tempo per lui si è fermato, sta assaporando
questo istante di perfetto equilibrio tra noto e ignoto...
immobilità e movimento... ha la sensazione di un
futuro senza limiti, l’intuizione che ci sarà, ancora
e sempre, un infinito di felicità da vivere....

Tra le righe, tu puoi ri-trovare te stesso,
quali icordi hai della tua infanzia,
a me viene in mente un giardino, tanto amore intorno
giochi corse spensierate, giochi fantastici avventure elettrizzanti...

Vuoi raccontarti..dai coraggio...

A presto Luciana

giovedì 19 febbraio 2009

OSCAR WILDE

IL TESTO DELLA LETTERA DI OSCAR WILDE

Questo è il testo della lettera scritta da Oscar Wilde il 29 aprile 1895 dal carcere di Holloway a Lord Alfred Douglas, recitata al Festival da Roberto Benigni:


"Mio carissimo ragazzo,questo è per assicurarti del mio amore immortale, eterno per te. Domani sarà tutto finito. Se la prigione e il disonore saranno il mio destino, pensa che il mio amore per te e questa idea, questa convinzione ancora più divina, che tu a tua volta mi ami, mi sosterranno nella mia infelici-tà e mi renderanno capace, spero, di sopportare il mio dolore con ogni pazienza.

Poiché la speranza, anzi, la cer-tezza, di incontrarti di nuovo in un altro mondo è la meta e
l' incoraggiamento della mia vita attuale, ah! debbo con-tinuare a vivere in questo mondo, per questa ragione. Il caro *** mi è venuto a trovare oggi. Gli ho dato parecchi messaggi per te.
Mi ha detto una cosa che mi ha rassicurato: che a mia madre non mancherà mai niente.
Ho sempre provveduto io al suo mantenimento, e il pensiero che avrebbe potuto soffrire delle privazioni mi rendeva infelice.

Quanto a te (grazioso ragazzo dal cuore degno di un Cristo),
quanto a te, ti prego, non appena avrai fatto tutto quello che puoi fare, parti per l'Italia e riconquista la tua calma, e componi quelle belle poesie che sai fare tu, con quella grazia così strana.

Non esporti all'Inghilterra per nessuna ragione al mondo.
Se un giorno, a Corfù o in qualche isola incantata,
ci fosse una casetta dove potessimo vivere insieme, oh! la vita
sarebbe più dolce di quanto sia stata mai. Il tuo amore ha ali larghe
ed è forte, il tuo amore mi giunge attraverso le sbarre della mia prigione e mi conforta, il tuo amore è la luce di tutte le mie ore. Se il fato ci sarà avverso, coloro che non sanno cos'è l'amore scriveranno, lo so, che ho avuto una cattiva influenza sulla tua vita.

Se ciò avverrà, tu scriverai, tu dirai a tua volta che non è vero. Il nostro amore è sempre stato bello e nobile, e se io sono stato il bersaglio di una terribile tra-gedia, è perchè la natura
di quell' amore non è stata com-presa. Nella tua lettera di stamattina tu dici una cosa che mi dà coraggio. Debbo ricordarla. Scrivi che è mio dovere verso di te e verso me stesso vivere, malgrado tutto. Cre-do sia vero. Ci proverò e lo farò. Voglio che tu tenga informato Mr Humphreys dei tuoi spostamenti così che quando viene mi possa dire cosa fai. Credo che gli avvocati possano vedere i detenuti con una certa frequenza.

Così potrò comunicare con te. Sono così felice che tu sia partito! So cosa deve esserti costato.
Per me sarebbe stato un tormento pensarti in Inghilterra mentre il tuo nome veniva fatto in tribunale. Spero tu abbia copie di tutti i miei libri. I miei sono stati tutti venduti. Tendo le mani verso di te. Oh! possa io vivere per toccare i tuoi capelli e le tue mani. Credo che il tuo amore veglierà sulla mia vita. Se dovessi morire,voglio che tu viva una vita dolce e pacifica in qualche luogo fra fiori, quadri, libri, e moltissimo lavoro. Cerca di farmi avere tue notizie. Ti scrivo questa lettera in mezzo a grandi sofferenze ; la lunga giornata in tribunale mi ha spossato.

Carissimo ragazzo, dolcissimo fra tutti i giovani, amatissimo e più amabile. Oh! aspettami!
aspettami! io sono ora, come sempre dal giorno in cui ci siamo conosciuti,
devotamente il tuo, con un amore immortale"

Oscar Wilde


A presto Luciana

martedì 17 febbraio 2009

libro il piccolo principe

VAI SERENO TRA LA AGITAZIONE BELLA VITA,
COLTIVA L'AMORE AL SILENZIO E ALLA PACE.


Donati tempo per prendere cura di te, per volere bene a te,
per sentirti amato da te.
La persona con la quale trascorri più tempo sei tu!

Abita volentieri con te: nessuno è più amico se non tu a te stesso!
Sosta senza fretta, guarisci l'ansia del fare, abbandonati alla gratuità
del contemplare. Pensa armoniosamente perché la vita è quella che i tuoi
pensieri vanno creando.

In ogni circostanza, considera quanto vi è di buono,
pratica lo sguardo positivo.
Se ti paragoni agli altri puoi diventare vanitoso e aspro;
c'è sempre chi riesce di più o di meno.

Ogni uomo è una stella, ogni stella ha il suo splendore, accogli ogni
persona come messaggio per te.
Fà fiorire gli incontri umani che la strada ogni giorno ti regala.
Quando una persona si sente amata dà il meglio di sé.

Sii pronto ad ascoltare e lento nel parlare,
dici la tua verità con calma e chiarezza:
nessuno è sapiente assoluto, nessuno è ignorante assoluto, col dialogo
siamo tutti maestri e scolari gli uni gli altri alla scuola continua della vita.

Vivi semplice, più sei semplice e più gusti il valore delle cose; le cose
semplici sono anche le più belle; non lasciarti opprimere dai bisogni
superflui; non c'è nulla di più libero ed indipendente dell'uomo che
pratica la sobrietà felice.

Celebra la gratuità della vita, respira la grazia di essere vivo.
Sii presente al presente!

Il passato è passato, il futuro non è ancora arrivato, vivi la fioritura del
presente più armoniosamente che puoi perché è il grande tesoro a tua
disposizione:

Qui, ora tocca la pace!

A presto Luciana

giovedì 5 febbraio 2009

ELUANA ENGLARO

Tratto da "La Repubblica"



Beppino Englaro: "Molti negano la realtà, io voglio solo liberare mia figlia"



Il primario della clinica: "Di fronte a me una persona diversa da come l'avevo immaginata"
"Lei ormai è un simbolo sopravviverà anche a me"
"Ho chiesto il silenzio ma non voglio fermare il dibattito della ragione"



dal nostro inviato PIERO COLAPRICO

Beppino Englaro


UDINE - Il letto sul quale Eluana è stata accudita per tanti anni, è lo stesso sul quale morirà. Le mani di chi ha nettato, carezzato, pettinato, lavato, nutrito questa donna l'altra notte hanno consegnato questo oggetto di stoffa e gomma, così importante, così delicato, nelle mani di chi non la nutrirà più, anzi la lascerà andare. Il mondo è sempre un po' più complicato, o più semplice, quando si sta attenti a qualche dettaglio, come al materasso sul quale Eluana Englaro ora giace, al piano terra della clinica "La Quiete di Udine".



Anche il nutrimento è lo stesso di Lecco, quel sacco di plastica con liquidi, medicinali, proteine e altro che, attraverso il sondino nasogastrico, permette a questa paziente trentottenne di sopravvivere. Le suore Misericordine, nella notte tra lunedì e martedì, hanno dato quello che potevano al primario di Udine: una specie di "portati qualche cosa per il tuo viaggio, Eluana", uno scambio umano e clinico, amichevole e tecnico. Ma chissà quanto doloroso, chissà quanto tragico, tra chi ha invocato per Eluana la vita a qualunque costo e chi lascerà che invece la morte su Eluana proceda.



Sembra davvero che le manifestazioni, gli anatemi, le emozioni delle persone comuni e le polemiche anche un po' incontinenti della politica non possano arrivare più in queste due stanze e un bagno, dove la vita e la morte, la non-vita e la non-morte sono concrete come il colore giallo della parete di fronte al letto di Eluana. L'unica finestra, coperta da tende, è affacciata su via Pracchiuso, la via dov'è nata la fotografa, femminista e rivoluzionaria Tina Modotti. Due guardie giurate dentro, poliziotti, carabinieri e vigili fuori tengono lontani i curiosi. Ma sino al momento, intorno alla casa di cura friulana, le ore scorrono neutrali.



Papà Beppino, una camicia a righine senza cravatta, la giacca beige, i lineamenti tesi, quasi da scultura africana, compare intorno alle 18 nello studio dell'avvocato Giuseppe Campeis. Ha appena visto sua figlia, ha anche parlato con i medici e alcuni infermieri, ha chiuso con una sua firma gli atti necessari al ricovero. I vetri oscurati dell'auto messa a disposizione da un amico hanno retto ai flash.


"C'è un limite, c'è un momento in cui intorno a un letto di ospedale viene tirata un tenda, o no? Non voglio nascondere nulla - si sfoga papà Beppino - anzi rifarei tutto daccapo, in questa battaglia che era ed è la stessa di mia figlia. Credo anche che la libertà e la forza di volontà sopravvivono a Eluana e sopravviveranno anche a me". Papà Beppino scuote la testa, deve scacciare la stanchezza di una notte insonne: "Tutti - continua, come se parlasse tra sé - sono liberi di giudicarmi, l'hanno già fatto e lo faranno. Anche adesso lo fanno, ma io chiedo, chiedo davvero il silenzio.



Il silenzio io stesso l'ho rotto, è vero, ma non voglio fermare il dibattito della ragione che, ancora una volta, io stesso ho fortemente voluto. Sui diritti e la libertà e il ruolo delle leggi il dibattito è fondamentale. Che continui e si sviluppi la discussione se è giusto o se è legale interrompere un vita artificiale, e se e come e chi ha il diritto di farlo, massì. Ma credo davvero che sia necessario che tutto questo si svolga un po' più lontano dal corpo di Eluana.



Direi lo stesso se non fosse mia figlia, se non fossi io il padre. Non stiamo parlando solo di politica, di affari legali o di medicina, ma di quello che accade durante una malattia. Ha senso che vengano descritti giorno per giorno i dettagli operativi, buttandoli in pasto a chi con essi si vuole commuovere, emozionare, adirare?". La domanda è questa, resta nell'aria, papà Beppino vuole il silenzio, lo dice, e se n'è andato a sedere in un angolo del tavolone dello studio legale.



Ascolta noi giornalisti chiedere come "funziona" il meccanismo studiato per far sì che la sentenza della corte d'appello di Milano sia rispettata in ogni dettaglio. E possa reggere all'azione penale, prevedibile, che sarà aperta dal procuratore capo di Udine come "atto dovuto". Campeis è rilassato come un generale che ha protetto il suo esercito: "Vedete, cari signori, non siamo in una clinica, e non siamo a carico dell'azienda sanitaria regionale, alla quale Eluana non costa un euro". Anche i medici e gli infermieri agiranno da volontari, ma hanno "una soggettività" che deriva dall'associazione "Pro-Eluana", appena costituita.



L'avvocato aggiunge serafico quanto sia stato "determinante" il sindaco di Udine Furio Honsell, allontana qualsiasi polemica con il ministero del Welfare, resta soft, ma è papà Beppino a lasciarsi sfuggire ancora una frase: "Questi sono negazionisti del diritto, negazionisti della realtà", sì, non ne può più di ascoltare commenti sradicati dai principi di diritto. Il primario dell'ospedale pubblico, Amato De Monte, specialista di rianimazione, anestesia e farmacologia clinica, la pensa allo stesso modo: "E poi, il cervello di Eluana non è in grado di provare sofferenza. Il papà dice di volerla liberare, ha usato questa parola, che non dimenticherò mai.



Penso che Beppino sia doppiamente devastato, per la vicenda di Eluana e per la grave malattia che la moglie sta soffrendo. Il viaggio da Lecco a Udine è stato angosciante, Eluana ci è sempre stata presentata nel fiore della giovinezza, mi sono trovato di fronte una persona completamente diversa", dice. Anche per lui, come per i genitori, "Eluana è morta diciassette anni fa. Mi sento di invitare tutti a non pensare cosa potrebbe provare Eluana, ma di pensare se si è disposti a vegetare per diciassette anni come Eluana".



Sulla parete dell'ufficio c'è una foto che ritrae il medico - ancora il mondo del reale che fa irruzione nel mondo delle parole - con madre Teresa di Calcutta. Era l'89, stavano in Armenia, per aiutare i feriti del terremoto, De Monte faceva il volontario con gli alpini. Adesso, nonostante il fisico da mediomassimo, si sente "devastato come padre, come uomo, come medico e come cittadino, ma tutto questo passa in secondo piano davanti al dolore della famiglia Englaro".



Ma se mamma Sati s'è consumata nel dolore, papà Beppino lo tiene a bada, lo difende e quasi lo custodisce: "E' il tempo che hai perduto per la tua rosa che rende la tua rosa così importante", si legge nel "Piccolo principe", libriccino che non mancava nella libreria dell'"Eluanina". Come ancora la chiama, quando si china a darle un bacio.




A presto Luciana

martedì 20 gennaio 2009

POST EXCHANGE

Guarda cosa ho trovato nel blog di Massimo,
un'altra delle sue trovate,
ti invito a leggerlo e' veramente interessante!

Clicca qui per scoprire il POST EXCHANGE

Come pubblicizzare un blog: POST EXCHANGE

Come pubblicizzare un blog in modo semplice, gratuito, efficace al 500% ?
Ti basta usare il POST EXCHANGE di Massimo.
Devi sapere che il principio di internet è quello di essere
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Proprio riflettendo su questo aspetto si scoprono
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i quali ricorrono spesso a pubblicità a pagamento che in realtà non serve.

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Adesso stai per scoprirlo...Quello che conta per il lettore è la qualità del blog,
le informazioni proposte e quindi i contenuti trattati.
Non c'è niente di male a creare un messaggio
che parla di un altro blog nel quale si trovano
altri contenuti interessanti.

Il lettore lo apprezza perchè gli stiamo dando ottime informazioni...

Dai un occhio al blog di Massimo, e' proprio interessante :-)

A presto Luciana

giovedì 15 gennaio 2009

Convegno di Prevenire e' possibile

Convegno di Prevenire e' possibile

Una particolare nobiltà prende forma nella professione del counselor.

Il suo presentarsi sulla scena sociale della crisi produce il rigenerante scandalo della gratuità dell’animo, dell’affettività e dell’aiuto alle persone in difficoltà.

Il counseling è una professione.

Ma non è solo una professione.

Non a caso nella partecipazione a questo movimento in stato nascente si incontrano uomini già incontrati nei ricorrenti scenari della realizzazione della innovazione intelligente ed affettiva.

Nel counseling prende forma lo stesso spirito che muoveva gli ideali dei giovani della contestazione studentesca, gli stessi amici ritrovati nella entusiasmante stagione del volontariato, persi e poi ancora incontrati lungo le vie della ricerca esistenziale e spirituale e, anni dopo, riscoperti attivi nelle casa famiglia, nelle comunità, nelle associazioni del terzo settore.

Oggi lo scandalo consiste nella assenza di giustificazioni politiche, religiose, economiche e di appartenenza per dichiarare la propria scelta affettiva verso altri esseri umani. L’intelligenza della ragione si incarna umilmente, in questo secolo, nelle singole individualità di persone che scoprono e trasmettono senso della vita.

Con la scusa, e l’onore, di una professione, il cui esercizio è, a volte, retribuito, altre volte gratuito.

Nel 14° Convegno di Prevenire è Possibile, che si terrà a Tolentino (MC) il 14 e 15 febbraio 2009, vogliamo discutere dell’ UMANITA’ DEL COUNSELOR e invitarLa a questa esperienza di condivisione di ideali e di affetto.

Informazioni sul convegno sono presenti sul sito www.prepos.it, la scheda di iscrizione è alla pagina Prepos

A presto Luciana